Il Teatro Franco Parenti è un luogo unico nel suo genere. La bellezza delle struttura, che ospita all’interno del suo cortile anche i Bagni Misteriosi, è data soprattutto dagli anni di attività e dall’amore per l’arte e per il bello di chi ci lavora.

Anche in questa riapertura parziale, la scelta di gestire i distanziamenti all’interno delle sale con gusto e non con la banalità che vorrebbe semplicemente un posto occupato e due vuoti, è frutto di una grande passione per il teatro. Milano ha bisogno che tornino pieni i teatri, che la gente non smetta di aver voglia di sognare, ridere e riflettere attraverso quell’arte antica che è il lavoro dell’attore.

Da domani e fino al 25 luglio, andrà in scena “Una vita che sto qui”, con Ivana Monti che interpreta una signora ottantenne che vive in una casa dell’ALER e che in un monologo ripercorre tutta la sua vità. Questa la trama. Assolutamente da non perdere.

Milano, quartiere Lorenteggio.

In un appartamento di una zona popolare vive Adriana Rastelli, una signora ottantenne, sola, con un passato tragico che ha lasciato i segni sulla sua pelle e nella sua anima e che è rimasto imprigionato tra le mura di questa casa.

Ora questo appartamento deve essere lasciato per permettere all’ALER (Azienda Lombardia Edilizia Residenziale) di iniziare un piano di riqualificazione degli alloggi divenuti fatiscenti e invivibili strutturalmente e non solo.

Eppure per Adriana quella casa è il suo regno, il suo rifugio, ma soprattutto il luogo dei ricordi: l’infanzia, la guerra, i primi amori, il rapporto con i propri genitori, la nascita del figlio, un matrimonio purtroppo non felice.

La troviamo qui questa donna, in questa abitazione, rimasta ferma agli anni ‘70, pulita, ma ormai logorata “…però potevo darci una pitturata prima di andarmene…”, tra pochi scatoloni chiusi e molti altri aperti, segno che Adriana, in fondo, non è ancora pronta per lasciare la casa. Il tempo però stringe. Potrebbero arrivare da un momento all’altro quelli dell’ALER, è meglio sbrigarsi, non farsi trovare impreparati.
Allora via, di corsa a sistemare vecchi souvenir e altri oggetti incartati o ancora da imballare.

Nel piegare i vestiti da portare con sé Adriana ritrova quelli che indossava sua madre, compaiono i guanti del padre e il primo pigiamino del suo bambino, ma soprattutto riemergono i ricordi del passato. Un passato che fa risalire anche la rabbia di Adriana; ella è infatti arrabbiata con tutti: con il vicino di casa straniero “sono dappertutto ormai..” e in particolare con chi la sta collocando in un’altra zona di Milano di cui lei stessa non ricorda il nome, non tanto per l’età avanzata quanto per un meccanismo di rimozione che la vuole tenere ancorata al centro della sua casa, o meglio della scena.

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