San Tomaso era vicino agli uffici di Lorenzo il Magnifico
San Tomaso era vicino agli uffici di Lorenzo il Magnifico

Altro giro, altro regalo. Ma quale è il regalo? Lorenzo il Magnifico per esempio! Ma come, a Milano? Va bene, dai, andiamo con ordine.

Siete pronti? Dai, forza, partiamo da Cairoli. Sì è una fermata che abbiamo già usato per un precedente giro, ma oggi prendiamo una direzione diversa. Prendiamo infatti subito via Cusani e proseguiamo qualche decina di metri oltre l’incrocio con via Rovello. Qui, appena attraversato, troviamo sulla nostra destra un palazzo appena ristrutturato, dall’aspetto imponente. Siamo davanti a Palazzo Cagnola, costruito agli inizi del 1800 ed è famoso anche perchè qui avremmo trovato  la sede della cancelleria asburgica durante i moti del 1848: era il quartier generale di Radetzky. E proprio da qui il generale scappò durante il 5 giornate per rifugiarsi con l’esercito al Castello. E come fece a raggiungere il castello? Non di certo per strada, ma attraverso ad un passaggio sotterraneo che collegava proprio palazzo Cagnola al Castello. Volete ritrovare il passaggio??? Buona fortuna!

Proseguiamo e giriamo a destra in via Broletto e dopo pochi passi incontriamo la chiesa di San Tomaso. Sì, con una m sola. Il nome completo è San Tomaso in Terramara e i motivi per questo “terramara” potremmo andarli a ripescare un po’ qua ed un po’ nella storia che si confonde con la leggenda. Il conte Giorgio Giulini, storiografo milanese del XVIII secolo, ha scritto: «Vediamo altresì che si trova dentro la città un sito chiamato Terra mala, da cui ha preso la denominazione la chiesa di san Tomaso soprannominata in terra mala, ora corrottamente in terra mara. Si può stabilire sicuramente che il sito della città, chiamato fin dal secolo XI Terra mala, abbia dato il soprannome alla chiesa di san Tomaso; per qual ragione poi quel sito così venisse addomandato, io non so dirlo, perché i motivi che volgarmente se ne adducono, non sono appoggiati ad alcun sodo fondamento». Insomma, dubbi anche allora. Noi che siamo perfidi ed anche un po’ cattivi piace invece pensare che questo nome derivi da un’antica leggenda milanese che racconta che Giovanni Maria Visconti, furioso in seguito al rifiuto del parroco della chiesa di seppellire il corpo di un uomo la cui vedova non aveva i mezzi per pagare il funerale, fece seppellire lo stesso prete da vivo nella bara destinata al defunto nel cimitero della chiesa. Da qui il …Terramara.

Bene, proseguiamo attraversando ed infilandoci in via Dei Bossi. Pochi passi e….alt, fermi tutti davanti al civico 4. Ah, se poteste entrare qui. Noi lo abbiamo fatto, tra mille peripezie, ma ne è valsa la pena. Oggi ci sono uffici, ma qui la storia trasuda da ogni muro. Iniziamo con il dire che (e questo, se trovato un custode di buon umore potete chiedere di vederla) appena entrati sulla sinistra è possibile ammirare una colonna di romana in marmo egizio. Già un brivido ci corre lungo la schiena. Ma il bello è quello che c’è sotto i vostri piedi: è qui conservato infatti un “horreum”, ovvero un granaio (siamo tornati ai tempi di Mediolanum); una stanza di 18 metri per 60, con cinque navate divise da da pilastri con volte a botte in mattoni. Quasi 2000 anni di storia qua sotto, eh?

Prima di lasciamo questo palazzo ricordiamo un altro momento di storia che lo riguarda: Francesco Sforza lo donò alla famiglia De’ Medici che ne fecero il loro ufficio di cambio…. una vocazione che Milano ha evidentemente assimilato molto bene. Proseguiamo il giro, ancora pochi passi e giriamo sulla destra. Ecco sulla nostra sinistra palazzo Clerici. Costruito nei primi decenni del 1700 ampliando un precedente edificio, ci lascia senza fiato fin dal cortile. Ma è con lo scalone d’onore e le stanze del piano nobile che lo stupore si fa meraviglia. Un meraviglia che torna stupore quando entriamo nella gallerai degli arazzi: se tutto questo non bastasse, ecco anche un affresco del Tiepolo.

Ci siamo emozionati troppo: solo a scriverlo ci viene una gran voglia di tornarci. Per oggi, colmi di gioia, ci fermiamo qui.

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