Via Procaccini, a Milano, è uno di quei nomi che pronunciamo senza pensarci troppo: per dare un appuntamento, spiegare un percorso o capire dove scendere. Siamo tra la zona del Monumentale e corso Sempione, ma questa volta lasciamo da parte traffico e incroci. Perché Giulio Cesare Procaccini, l’uomo al quale è dedicata la strada, merita qualcosa di più di un’indicazione sul navigatore.
Era un artista capace di cambiare mestiere senza perdere quello che aveva imparato prima: cominciò come scultore e diventò uno dei protagonisti della pittura barocca lombarda. E guardando le sue figure, così solide e presenti, viene da pensare che il marmo non lo avesse mai abbandonato del tutto.
Ascolta la storia di Giulio Cesare Procaccini
Alla sua vita è dedicata una puntata di Non sono solo strade, il podcast di Milano da Vedere che racconta le persone dietro i nomi delle vie milanesi.
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Giulio Cesare Procaccini: da Bologna a Milano
Giulio Cesare Procaccini nacque a Bologna il 30 maggio 1574, quinto figlio del pittore Ercole Procaccini il Vecchio. Anche i fratelli Camillo e Carlo Antonio erano pittori: insomma, quella dell’arte era una faccenda di famiglia, ben prima che qualcuno inventasse il concetto di impresa creativa.
A Bologna i Procaccini avevano rappresentato un’alternativa alla scuola dei Carracci. Quando questi ultimi conquistarono una posizione dominante nella scena artistica cittadina, Milano diventò per la famiglia una nuova possibilità.
Giulio Cesare aveva undici anni quando si trasferì con i suoi familiari, chiamati da Pirro I Visconti Borromeo a lavorare nel cantiere della villa di Lainate. Cominciò così il suo legame con il territorio milanese, dove avrebbe costruito gran parte della propria carriera.
Prima dei dipinti, il lavoro da scultore
In una famiglia di pittori, Giulio Cesare iniziò scegliendo la scultura. Nel 1590 cominciò a lavorare per la Veneranda Fabbrica del Duomo di Milano, confrontandosi con un ambiente nel quale l’arte era anche lavoro di cantiere, materiali da conoscere e forme da costruire.
Di questa prima attività restano testimonianze anche nella chiesa di Santa Maria presso San Celso, dove realizzò gli angeli in marmo che reggono la corona sopra la statua della Madonna di Annibale Fontana, oltre a rilievi per la facciata.
È un passaggio importante per comprendere il Procaccini pittore: prima di rappresentare un corpo sulla tela, aveva imparato a dargli volume nello spazio.
Il passaggio alla pittura e l’affermazione a Milano
Intorno al 1600 Procaccini passò alla pittura. Il motivo non è noto con certezza: sono stati ipotizzati viaggi di formazione e un soggiorno di studio a Parma, ma non abbiamo una spiegazione definitiva di quella svolta.
Tra le prime imprese pittoriche figurano la Pietà e il Martirio di Nazaro e Celso per Santa Maria presso San Celso. Nel 1605 arrivarono le commissioni per il Tribunale di Provvisione, con dipinti oggi conservati nella Pinacoteca del Castello Sforzesco.
Il suo linguaggio si arricchì progressivamente delle suggestioni di Correggio, Parmigianino e Rubens, unendo morbidezza, eleganza e forza delle figure. La preparazione da scultore rimaneva riconoscibile, ma sulla tela trovava possibilità nuove attraverso il colore e la luce.
Dopo il 1610 giunsero incarichi di particolare prestigio: i sei grandi dipinti con i miracoli di Carlo Borromeo per il Duomo e le opere per la cappella Acerbi nella chiesa di Sant’Antonio Abate. Procaccini si impose così tra i protagonisti della pittura milanese, accanto al Cerano.
Un’opera di Procaccini alla Pinacoteca Ambrosiana
Il percorso milanese alla scoperta dell’artista comprende anche la Pinacoteca Ambrosiana, che conserva il suo San Michele Arcangelo.
È un collegamento da tenere presente: il nome incontrato su una targa stradale può diventare il punto di partenza per conoscere un artista e poi ritrovarlo nelle collezioni della città. Via Procaccini smette così di essere soltanto un indirizzo e diventa l’inizio di un itinerario tra opere, chiese e musei milanesi.
Genova e il collezionista che gli commissionò oltre novanta opere
La sua fortuna non rimase circoscritta a Milano. A Genova trovò un sostenitore fondamentale nel mecenate Giovanni Carlo Doria, che tra il 1611 e il 1622 gli commissionò oltre novanta opere. Un rapporto che andava decisamente oltre il semplice «mi piace come dipinge».
Doria acquistò anche una serie dei Dodici apostoli, della quale alcune tele sono oggi conservate nei Musei di Strada Nuova di Genova.
Per la Basilica della Santissima Annunziata del Vastato, Procaccini realizzò inoltre una monumentale Ultima Cena: circa quaranta metri quadrati di pittura, una dimensione che basta a far capire quanto fossero impegnative le commissioni affidategli.
Lavorò anche a Torino, insieme al fratello Camillo, per i principi di casa Savoia, e lasciò dipinti a Pavia, Lodi e in numerosi altri centri.
Il Quadro delle tre mani: Procaccini, Cerano e Morazzone
Tra le opere più particolari della sua carriera c’è il Martirio delle sante Rufina e Seconda, conservato alla Pinacoteca di Brera e conosciuto come Quadro delle tre mani.
Il soprannome deriva dalla collaborazione di tre artisti: Giulio Cesare Procaccini, il Cerano e il Morazzone. Tre protagonisti della pittura lombarda della prima metà del Seicento riuniti sulla stessa superficie, ciascuno con il proprio linguaggio.
Negli anni successivi al 1620, intanto, lo stile di Procaccini cambiò: le figure assunsero un carattere sempre più scultoreo, mentre si attenuava quell’eleganza atmosferica che aveva contraddistinto altre sue opere. Il dialogo tra pittura e scultura continuava ad accompagnarlo.
L’autoritratto e gli ultimi anni
Nel 1624 Procaccini dipinse l’Autoritratto oggi conservato alla Pinacoteca di Brera, indicato come la sua ultima opera. Aveva cinquant’anni, ma si rappresentò con un aspetto precocemente invecchiato e un’espressione intensa, malinconica.
Dopo le grandi commissioni e le composizioni monumentali, rimane questa immagine più raccolta: un artista che rivolge lo sguardo verso chi osserva, senza bisogno di affollare la scena.
Giulio Cesare Procaccini morì a Milano il 14 novembre 1625 e fu sepolto nella tomba di famiglia nella chiesa di Sant’Angelo.
Era arrivato nel territorio milanese da bambino, all’interno di una dinastia di pittori. Aveva scelto la scultura, poi cambiato strada, fino a diventare uno dei maggiori esponenti della scuola barocca lombarda. Una storia che oggi continuiamo a incrociare, spesso senza saperlo, passando per via Procaccini.
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