Ci sono posti di Milano nei quali vado perché devo raccontarli, magari perché c’è un evento, perché qualcuno mi ha invitato, perché ho scoperto qualcosa che mi incuriosisce oppure semplicemente perché penso che possa esserci una storia interessante da portare su Milano da Vedere. Entro, guardo, faccio fotografie, giro qualche video, parlo con le persone, cerco di capire cosa mi ha colpito e, quando torno a casa, provo a mettere insieme tutto quello che ho visto per trasformarlo in un racconto.
Con l’Ambrosiana, invece, funziona in maniera completamente diversa, perché questa volta dire semplicemente Milano, ci sono stato sarebbe persino riduttivo.
All’Ambrosiana, infatti, ci sono praticamente sempre.
Da qualche anno una parte del mio lavoro si svolge qui e questo significa che un luogo che per moltissime persone rappresenta una delle visite da fare almeno una volta a Milano, per me è diventato anche uno dei posti nei quali trascorro le mie normali giornate lavorative, con tutto quello che questo comporta: riunioni, telefonate, messaggi, fotografie da scegliere, video da girare, testi da scrivere, contenuti da programmare e quella quantità di piccole e grandi cose che riempiono l’agenda di qualsiasi giornata di lavoro.
Con una differenza non proprio trascurabile: ogni tanto, mentre sto facendo tutte queste cose assolutamente normali, alzo gli occhi e davanti a me c’è Caravaggio.
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Quando la bellezza rischia di diventare normale
Credo che lavorare in un posto come l’Ambrosiana comporti un rischio piuttosto particolare, che probabilmente non avevo nemmeno considerato quando ho iniziato a frequentarla con questa continuità: il rischio di abituarsi alla bellezza, perché quando qualcosa entra a far parte della tua quotidianità è inevitabile che, almeno in parte, perda quell’effetto dirompente che aveva avuto la prima volta.
È normale che sia così e succede praticamente con tutto. Chi vive a Milano può attraversare piazza del Duomo pensando alla telefonata che deve fare cinque minuti dopo senza quasi guardare la Cattedrale, così come possiamo passare davanti a un palazzo meraviglioso centinaia di volte fino al giorno in cui qualcuno che arriva da fuori ci fa notare un particolare che noi non vedevamo più.
All’Ambrosiana, per fortuna, mi succede ancora molto spesso il contrario.
Posso attraversare una sala pensando a un contenuto che devo pubblicare, alla mail alla quale non ho ancora risposto o a qualcosa che dovrò fare nel pomeriggio e poi, senza averlo programmato, mi capita di fermarmi davanti alla Canestra di frutta di Caravaggio, al Cartone di Raffaello, al Musico di Leonardo oppure a uno dei meravigliosi dipinti di Brueghel e, per qualche secondo, quello che stavo facendo passa inevitabilmente in secondo piano.
La cosa curiosa è che ormai so perfettamente che quelle opere sono lì, conosco le sale, so quale quadro incontrerò girando l’angolo e non c’è quindi nessun effetto sorpresa nel senso tradizionale del termine, eppure ogni tanto basta una luce diversa, un particolare che non avevo osservato oppure semplicemente uno stato d’animo differente per farmi guardare qualcosa che conosco come se non l’avessi mai visto davvero.
È questa la sensazione che spero di non perdere mai, perché nel momento in cui Caravaggio diventasse soltanto “quel quadro davanti al quale passo andando da una sala all’altra”, probabilmente vorrebbe dire che mi sono abituato troppo.
Raccontare cinquecento anni di storia dentro uno smartphone
Poi c’è un altro aspetto che trovo particolarmente affascinante e che riguarda direttamente quello che faccio all’Ambrosiana, perché una parte del mio lavoro consiste nel prendere opere, personaggi e storie che hanno attraversato secoli e cercare un modo per raccontarli attraverso alcuni degli strumenti più contemporanei che esistano.
A pensarci bene c’è qualcosa di quasi paradossale nel cercare di far entrare Leonardo da Vinci dentro una storia di Instagram o nel provare a raccontare un dettaglio di un dipinto di Brueghel a una persona che, magari, sta guardando il telefono distrattamente mentre aspetta che arrivi la metropolitana.
Eppure è proprio lì che la cosa diventa interessante.
Quando preparo un contenuto non penso soltanto a chi conosce già l’Ambrosiana, a chi ama l’arte o a chi sa perfettamente cosa sia il Codice Atlantico, perché quella persona probabilmente ha già moltissime ragioni per entrare. Penso soprattutto a chi in quel momento sta semplicemente facendo scorrere lo schermo e potrebbe incontrare per caso uno sguardo, un particolare, un’immagine o una storia capace di fargli rallentare il dito per qualche secondo.
Se succede, una prima piccola cosa l’abbiamo ottenuta.
Ma non è ancora quella che mi interessa davvero.
Lo smartphone è una porta, non la destinazione
Il risultato che mi piacerebbe ottenere non è che qualcuno guardi la Canestra di frutta sul telefono e pensi semplicemente che sia bella, metta magari un like e tre secondi dopo passi al contenuto successivo, perché per quanto possa essere perfetta una fotografia e per quanto possa essere ben realizzato un video, rimane comunque la rappresentazione di qualcosa che esiste altrove.
Quello che mi auguro è che prima o poi quella curiosità diventi abbastanza forte da far venire voglia di vedere cosa succede dall’altra parte dello schermo.
Vorrei che quella persona entrasse all’Ambrosiana, attraversasse le sale e arrivasse davanti alla Canestra scoprendo magari che se l’era immaginata molto più grande, oppure che entrasse nella sala del Cartone preparatorio della Scuola di Atene di Raffaello e avesse la reazione opposta, perché puoi raccontarne le dimensioni quanto vuoi, puoi scriverle, fotografarle e mostrarle in video, ma soltanto quando sei lì davanti riesci veramente a percepirle.
Lo stesso vale per Leonardo, per Brueghel e per tutte quelle opere che magari non conoscevi nemmeno prima di entrare e che possono diventare, inaspettatamente, quelle davanti alle quali rimarrai più a lungo.
È per questo che considero lo smartphone una porta straordinaria, forse una delle più potenti che abbiamo oggi per avvicinare le persone all’arte, ma continuo a pensare che debba rimanere una porta e non diventare la destinazione.
Non mi interessa dirti cosa devi provare
C’è poi una cosa alla quale tengo particolarmente quando racconto l’arte, perché non mi piace l’idea che chi comunica un museo debba necessariamente spiegare alle persone anche quali emozioni dovrebbero provare davanti a un’opera.
Posso raccontarti la sua storia, posso mostrarti un dettaglio che probabilmente non avevi notato, posso dirti chi l’ha dipinta e in quale momento della sua vita, posso spiegarti come sia arrivata fino a Milano e perché oggi sia considerata importante, ma quando finalmente ti trovi davanti a quel quadro credo che una parte del mio lavoro debba necessariamente finire.
Da quel momento comincia la tua.
Può capitare che davanti a un capolavoro conosciuto in tutto il mondo tu rimanga soltanto qualche minuto e che, nella sala successiva, un’opera della quale non avevi mai sentito parlare ti costringa a fermarti molto più a lungo, semplicemente perché c’è qualcosa che ti riguarda, che ti incuriosisce o che in quel preciso momento parla a te in un modo che nessuno avrebbe potuto prevedere.
Ed è proprio questo che trovo bellissimo, perché non voglio convincere qualcuno che un’opera debba emozionarlo, ma vorrei riuscire a fargli venire voglia di andare a vedere se succede.
Da Federico Borromeo a Instagram, passando per quattro secoli
Ogni tanto, mentre lavoro, penso anche a quanto sia curioso il percorso che ci ha portati fin qui, perché più di quattro secoli fa Federico Borromeo immaginò l’Ambrosiana partendo da un’idea che allora era straordinariamente moderna: il sapere e la bellezza non dovevano essere soltanto raccolti e conservati, ma dovevano essere messi a disposizione delle persone.
Naturalmente non poteva immaginare Instagram, Facebook, i video verticali, gli smartphone e tutto quello che oggi utilizziamo quotidianamente per comunicare, ma mi piace pensare che, al di là degli strumenti, il principio sia rimasto sorprendentemente simile.
Si tratta ancora di prendere qualcosa di prezioso e farlo conoscere.
Soltanto che oggi una delle porte attraverso le quali una persona può incontrare per la prima volta l’Ambrosiana potrebbe essere un video di quindici secondi visto mentre è seduta sul tram, e non considero affatto questa cosa una diminuzione del valore dell’arte, perché se quei quindici secondi riescono ad accendere una curiosità che prima non esisteva hanno già fatto qualcosa di importante.
Poi, però, bisogna attraversarla quella porta.
Perché domani ci torno
Quando ho deciso di dedicare una puntata di Milano, ci sono stato all’Ambrosiana mi sono reso conto che non volevo raccontarne ancora una volta la storia, perché su Milano da Vedere lo abbiamo già fatto e continueremo a farlo, così come abbiamo raccontato e racconteremo i suoi artisti, le opere, i personaggi e le infinite storie che sono passate da queste sale.
Questa volta volevo raccontare qualcosa di diverso, qualcosa che in un certo senso non riguarda nemmeno l’Ambrosiana in sé, ma il rapporto che io ho costruito con questo luogo da quando è diventato una parte della mia vita professionale.
Volevo raccontare cosa significhi avere la fortuna di trascorrere una parte delle proprie giornate circondato da tutto questo e, nello stesso tempo, cercare di conservare la capacità di sorprendersi; cosa significhi attraversare una sala pensando a una mail e ritrovarsi improvvisamente davanti a Caravaggio, preparare un contenuto su Leonardo e accorgersi ancora una volta che dietro quel nome gigantesco ci sono storie, pensieri e dettagli che continuano a offrire qualcosa di nuovo.
E volevo soprattutto raccontare cosa provo a fare quando accendo la fotocamera del telefono e punto quello stesso smartphone verso un’opera che esiste da secoli: cerco di creare un piccolo passaggio tra quello schermo e la realtà, sperando che dall’altra parte ci sia qualcuno abbastanza curioso da decidere, prima o poi, di percorrerlo.
Perché lo smartphone può essere una porta meravigliosa, ma la parte più bella comincia quando lo metti in tasca, entri in una sala e alzi gli occhi.
Leonardo, Caravaggio, Raffaello e tutti gli altri sono già lì.
E questa volta, quindi, sono stato all’Ambrosiana.
Anche se forse è la conclusione meno adatta per questa puntata, perché mentre scrivo queste righe so già che domani ci torno.

