Via Ripamonti è una delle strade più lunghe e conosciute di Milano.
Parte dalla zona di Porta Vigentina e continua verso sud, raggiungendo quello che un tempo era l’antico borgo rurale di Vigentino. È una strada percorsa ogni giorno da migliaia di persone, spesso associata al traffico, ai mezzi pubblici, agli edifici che si susseguono lungo il suo tracciato e ai quartieri attraversati.
Ma chi era Giuseppe Ripamonti, l’uomo al quale Milano ha dedicato questa lunga via?
La risposta ci porta nella Milano del Seicento, tra la Biblioteca Ambrosiana, il dominio spagnolo, un processo misterioso e soprattutto una delle pagine più drammatiche della storia della città: la peste del 1630.
Chi era Giuseppe Ripamonti
Giuseppe Ripamonti nacque nel 1573 a Tegnone, un piccolo borgo della Brianza che in seguito avrebbe preso il nome di Ravellino.
La sua famiglia era di origine contadina, ma Giuseppe dimostrò molto presto di possedere un’intelligenza fuori dal comune. Fu avviato alla carriera ecclesiastica e mandato a studiare nel Seminario di Milano.
La vita sacerdotale, però, non sembra essere stata la sua vera aspirazione. Ciò che lo attirava erano soprattutto lo studio, la filologia e le lingue antiche.
Ripamonti conosceva il latino, il greco e l’ebraico con una padronanza straordinaria. Pare che fosse capace di utilizzarli quasi come lingue materne. Questa preparazione non passò inosservata e ad accorgersi del suo talento fu una delle personalità più importanti della Milano di quel periodo: il cardinale Federico Borromeo.
Fu proprio Borromeo a richiamarlo a Milano e a indirizzarlo verso gli studi storici.
Una scelta che avrebbe cambiato per sempre la vita di Ripamonti e, molti anni più tardi, anche una parte della nostra letteratura.
Giuseppe Ripamonti e la Biblioteca Ambrosiana
Il 7 settembre 1607 Giuseppe Ripamonti venne scelto insieme ad altri otto studiosi per entrare nel primo Collegio dei Dottori della nascente Biblioteca Ambrosiana.
Non si trattava di una biblioteca come le altre.
Federico Borromeo l’aveva immaginata come un grande centro di studio e di formazione, capace di raccogliere manoscritti, codici e libri provenienti da culture differenti. Una biblioteca che, quando venne inaugurata nel 1609, mise il proprio patrimonio a disposizione del pubblico.
Ripamonti entrò quindi a far parte del gruppo di studiosi chiamati a dare vita a una delle istituzioni culturali più importanti di Milano.
Sembrava l’inizio di una carriera prestigiosa. E in parte lo fu.
Il carattere di Ripamonti, però, non era certamente semplice. Era un uomo colto e consapevole delle proprie capacità, ma anche orgoglioso, indipendente e poco disposto ad accettare regole e compromessi.
In un’epoca nella quale l’obbedienza alle autorità religiose e politiche era fondamentale, un carattere simile poteva diventare pericoloso.
Il processo e gli anni trascorsi in carcere
I rapporti con alcuni colleghi dell’Ambrosiana si fecero sempre più difficili. Ripamonti entrò in contrasto anche con persone vicine al cardinale Federico Borromeo e, a un certo punto, venne accusato davanti al Sant’Uffizio.
Le circostanze del processo non sono mai state chiarite completamente.
Sappiamo però che Ripamonti rimase in carcere per anni, mentre il procedimento sembrava non arrivare mai a una conclusione. Nel 1622 venne dichiarato colpevole e condannato ad altri anni di reclusione, oltre alla correzione di una sua opera dedicata alla storia della Chiesa milanese.
Ripamonti non accettò passivamente la sentenza e minacciò di rivolgersi a Roma. Alla fine venne raggiunto un accordo: rinunciò all’appello e la detenzione fu trasformata in arresto presso il palazzo dell’arcivescovo.
Non risulta, tuttavia, che abbia mai riconosciuto le colpe che gli erano state attribuite.
Qualche anno dopo venne riabilitato e, nel 1625, fu reintegrato nel Collegio dei Dottori della Biblioteca Ambrosiana.
La sua storia sembrava poter ricominciare.
Lo storico della peste di Milano del 1630
Nel frattempo, Milano stava entrando in uno dei periodi più terribili della sua storia.
Dopo la carestia arrivò la peste del 1630. Ripamonti visse quegli avvenimenti e divenne il loro principale cronista.
Raccolse documenti, testimonianze e informazioni sulla diffusione dell’epidemia, sulle reazioni della popolazione e sulla persecuzione dei cosiddetti untori. Non si limitò a elencare i fatti: costruì una memoria dettagliata della città e delle sue paure.
Nel 1638 il Senato milanese gli affidò ufficialmente il compito di raccogliere la documentazione sulla peste e sulla storia di Milano. L’anno successivo la corte di Spagna lo nominò Real Historico, storico ufficiale del Ducato.
Nel 1640 venne pubblicata la sua grande opera dedicata alla peste.
Giuseppe Ripamonti morì nel 1643 a Rovagnate, dove si era ritirato nella speranza che l’aria della campagna potesse aiutarlo a recuperare la salute.
Il legame tra Giuseppe Ripamonti e Alessandro Manzoni
Dopo la sua morte, le opere di Ripamonti rimasero quasi dimenticate per circa due secoli.
A riportarle alla luce fu soprattutto Alessandro Manzoni.
Quando Manzoni iniziò a ricostruire la Milano della peste, trovò nelle pagine di Ripamonti una delle sue fonti storiche principali. Le cronache, i personaggi e le atmosfere raccontate dallo storico del Seicento contribuirono alla costruzione del mondo nel quale si muovono Renzo, Lucia e gli altri protagonisti de I promessi sposi.
Ripamonti, in un certo senso, raccontò la storia prima che Manzoni la trasformasse in letteratura.
Ed è curioso pensare che proprio nei pressi della strada oggi dedicata a Giuseppe Ripamonti, Alessandro Manzoni facesse stampare le proprie opere.
Due uomini vissuti in secoli differenti, uniti dal racconto della stessa città e di uno dei suoi momenti più dolorosi.
Perché Milano gli ha dedicato via Ripamonti
Oggi il nome di Giuseppe Ripamonti accompagna una delle grandi direttrici meridionali di Milano.
Lo leggiamo sulle targhe, sulle mappe, alle fermate dei mezzi pubblici e negli indirizzi. Eppure, come accade per tante strade milanesi, il nome rischia di diventare soltanto un’indicazione geografica.
Dietro via Ripamonti c’è invece un uomo dalla vita tormentata: figlio di contadini, sacerdote quasi per circostanza, studioso di straordinario talento, Dottore dell’Ambrosiana, prigioniero del Sant’Uffizio e infine storico ufficiale di Milano.
Soprattutto, c’è l’uomo che conservò la memoria della peste del 1630 e permise ad Alessandro Manzoni di raccontarla quasi due secoli più tardi.
La prossima volta che percorriamo via Ripamonti, allora, proviamo a guardare quella targa con occhi diversi.
Perché non sono solo strade.
Sono persone, vicende e frammenti della storia di Milano che continuano ad accompagnarci ogni giorno.
Ascolta la puntata dedicata a Giuseppe Ripamonti
Nel nuovo episodio di Non sono solo strade raccontiamo la vita di Giuseppe Ripamonti: il suo rapporto con Federico Borromeo e la Biblioteca Ambrosiana, il processo, la peste di Milano e il legame sorprendente con Alessandro Manzoni.
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