Palazzo Sormani

Avete voglia di leggere? Siete nel posto giusto. Eccoci davanti a Palazzo Sormani. Difficile non conoscerlo. Forse è più facile non riconoscerlo, almeno guardando le foto in bianco e nero. Come per la maggior parte del patrimonio inestimabile cittadino, Palazzo Sormani porta cicatrici ben visibili lasciate dalle bombe del ’43.

Lo splendore degli interni resta un ricordo testimoniato dalle foto precedenti alla guerra, ma quanto s’è conservato testimonia degnamente la storia di una tra le più lussuose residenze milanesi a cavallo tra ‘600 e ‘700. L’origine però è già cinquecentesca, con le forme rinascimentali classiche edificate dal marchese Castaldo.

Sempre nelle sue lineari forme rinascimentali, la proprietà successiva è di quelle che in città non si scordano. Qui arrivano infatti i Medici di Marignano, ovvero quel ramo mediceo che da i natali a Pio VI zio di San Carlo Borromeo. Si entra in una nuova fase con la proprietà Monti, cardinale e grande collezionista d’arte. E’ lui infatti che chiama il Richini e ristruttura il palazzo in funzione della propria collezione. Il risultato è il massimo possibile, scenografico, elegante e lussuoso, ma sempre ispirato al classicismo.

Morto il cardinale, il nipote mette nuovamente mano al palazzo convertendolo secondo la nuova moda del barocchetto. In particolare la facciata si trasforma, arrivando alle forme rotonde che vediamo oggi e che all’epoca rivaleggiavano con Palazzo Litta, in corso Magenta.

L’occhio più attento però avrà notato come la facciata rivolta al giardino non c’entri assolutamente nulla con quanto successo fino ad ora. Semplice. Il retro del palazzo è da considerarsi una seconda facciata ed è successiva. E’ settecentesca, lineare in chiaro contrasto con le forme bombate della facciata principale. Qui il progetto è dell’Alfieri. Non il poeta, ma lo zio dello stesso. E il giardino? Poteva mai essere anonimo? Ci mancherebbe.

Nel 1783 arrivano gli Andreani e il giardino lo firma Pollack. Quando il palazzo passa poi ai conti Verri, gli interni sono decorati nuovamente da Albertolli. Insomma, da un secolo all’altro, le firme sono sempre le migliori disponibili in città.

Qui iniziava la parte nobile della cerchia dei navigli, una sequenza di ville e giardini che da Palazzo Sormani arrivava ininterrotta fino a Brera. Nella sala del Grechetto è conservato il mito di Orfeo, una serie di 23 tele che circondano la sala e portate qui dai Verri.

Nel 1930 il comune fa l’acquisto, ma è poco fortunato. La guerra fa il disastro e la ricostruzione è affidata al razionalista Arrighetti, mentre il palazzo torna a vita come Biblioteca.


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