Per raccontare quanto sia cambiata Milano non servono necessariamente fotografie dello skyline, confronti tra vecchie fabbriche e nuovi grattacieli o grandi progetti di rigenerazione urbana.
A volte basta ricordare una stufa.
Alla fine degli anni Settanta mia nonna viveva in via Carlo Farini, quasi all’angolo con piazzale Baiamonti. Io ero un bambino e quella era già una zona centrale, attraversata dai tram, dalle automobili e da una città che sembrava correre veloce anche allora.
Eppure, dentro casa, mia nonna si scaldava con una stufa a cherosene.
Il cherosene non arrivava attraverso un tubo e non bastava premere un pulsante per avere caldo. Quando finiva bisognava uscire, raggiungere una traversa di via Volta, entrare in un cortile e andare in una bottega che vendeva carbone e combustibile.
Oggi sembra il ricordo di una Milano lontanissima. E invece non sono trascorsi secoli.
Una tanica per misurare il tempo
Non ricordo quella zona come una periferia. Piazzale Baiamonti si trovava già allora a poca distanza da corso Garibaldi, dall’Arena, dal Monumentale e dal centro storico.
Via Farini era una strada importante e trafficata. Eppure, alla fine degli anni Settanta, abitare quasi in centro non significava necessariamente avere una casa dotata di riscaldamento moderno.
La stufa a cherosene faceva parte della vita quotidiana di molte famiglie. Bisognava riempirla, accenderla, controllarla e convivere con il suo odore. Il combustibile doveva essere comprato e trasportato fino a casa.
Quel viaggio verso la bottega era quindi un gesto normale. Non aveva nulla di pittoresco o di particolarmente avventuroso. Si faceva perché era necessario.
Oggi, ripensandoci, è proprio quella normalità a sorprendere.
Bastava una tanica per misurare la distanza tra la Milano di allora e quella in cui viviamo adesso.
La bottega nascosta dentro un cortile
Il negozio non si affacciava su una strada elegante con grandi vetrine illuminate. Si trovava all’interno di un cortile, in una traversa di via Volta.
Era una di quelle attività che appartenevano alla parte meno visibile della città. Botteghe che non avevano bisogno di presentarsi, perché gli abitanti del quartiere sapevano dove trovarle e che cosa vendevano.
Lì si compravano carbone e cherosene: materiali indispensabili per cucinare e riscaldare le case. Prodotti pesanti, sporchi, dall’odore persistente, ma necessari.
I cortili milanesi non erano soltanto luoghi nei quali si affacciavano finestre e ballatoi. Ospitavano laboratori, depositi, magazzini e piccole attività artigiane. Dietro un portone potevano lavorare un falegname, un fabbro, un meccanico oppure, come in questo caso, un commerciante di carbone e combustibili.
Esisteva una città dentro la città, nascosta dietro le facciate.
Per conoscerla non bastava camminare lungo i marciapiedi. Bisognava sapere quali portoni attraversare.
Via Farini non era periferia, ma viveva ancora come un quartiere popolare
Via Farini nacque come nuova strada diretta verso Como e divenne uno degli assi principali della Milano settentrionale. Il suo imbocco era segnato da Porta Volta, aperta nel 1880 lungo il tracciato delle mura spagnole per creare un collegamento più diretto con il Cimitero Monumentale e con la nuova strada Comasina.
I due caselli daziari sono ancora lì, al centro di piazzale Baiamonti. Sono sopravvissuti alla cancellata, alle mura e alle trasformazioni del traffico, diventando testimoni di una città che da quel punto stabiliva dove finiva Milano e dove cominciava ciò che stava fuori.
Alla fine degli anni Settanta quel confine era scomparso da tempo. Via Farini era pienamente urbana, ma conservava una dimensione popolare e artigiana.
Nelle case potevano convivere televisione e stufa a cherosene, automobili parcheggiate in strada e vecchi ballatoi, insegne moderne e botteghe nascoste nei cortili. Il futuro era arrivato, ma non nello stesso momento e nello stesso modo per tutti.
È questo uno degli aspetti più interessanti della memoria urbana: il cambiamento non avviene mai con un unico grande salto. Entra lentamente nelle case, sostituisce gli oggetti, modifica le abitudini e rende improvvisamente inutili attività che per decenni erano state indispensabili.
La fine delle stufe e delle botteghe di combustibili
Con la diffusione delle caldaie centralizzate, del gasolio e soprattutto del metano, le stufe a carbone e a cherosene scomparvero progressivamente dalle abitazioni milanesi.
Non serviva più uscire per comprare il combustibile. Non occorreva trasportarlo, conservarlo in casa e controllare continuamente una fiamma accesa nella stanza.
Il riscaldamento diventò più sicuro, pulito e semplice. Bastava aprire una valvola o regolare un termostato.
Insieme alle vecchie stufe scomparvero però anche molte botteghe. I carbonai e i rivenditori di combustibili persero la loro funzione e i locali vennero trasformati in depositi, autorimesse, laboratori, abitazioni oppure uffici.
Quel commercio non lasciò quasi nessuna traccia. A differenza delle farmacie, delle pasticcerie o delle mercerie storiche, le botteghe del carbone non conservavano arredi raffinati o insegne da restaurare. Quando chiudevano, spesso sparivano completamente.
Rimanevano soltanto nella memoria di chi vi era entrato.
Piazzale Baiamonti ieri e oggi
Se oggi torniamo all’incrocio tra via Farini e piazzale Baiamonti, riconosciamo ancora alcuni elementi del passato. Ci sono i caselli di Porta Volta, gli edifici storici e la Ca’ di Facc, con i suoi medaglioni che continuano a osservare chi attraversa il piazzale.
Tutto intorno, però, la città è cambiata.
Alle spalle dei caselli è comparsa la sede della Fondazione Giangiacomo Feltrinelli, progettata da Herzog & de Meuron e inaugurata nel 2016. Dove un tempo il paesaggio era fatto soprattutto di traffico, recinzioni e spazi irrisolti, oggi si trovano una grande architettura contemporanea, percorsi pedonali, piste ciclabili e aree verdi.
Poco distante, via Paolo Sarpi è diventata un’isola pedonale e uno dei luoghi più frequentati e internazionali di Milano. Il vecchio Borgo degli Ortolani è oggi conosciuto soprattutto come Chinatown, anche se nei cortili resistono ancora frammenti della sua storia artigiana.
Nel 2026 il Comune ha inoltre approvato gli indirizzi per la realizzazione del primo portale monumentale cinese di Milano, previsto proprio all’ingresso di via Paolo Sarpi dal lato di piazzale Baiamonti.
Più avanti, lungo lo stesso asse urbano, l’ADI Design Museum ha trasformato un’area di archeologia industriale in un luogo dedicato al progetto italiano, mentre lo Scalo Farini si prepara a diventare uno dei più grandi interventi di rigenerazione della città.
La strada che ricordo da bambino oggi collega quartieri, musei, architetture contemporanee e trasformazioni ancora in corso.
La Milano che migliorava senza accorgersene
Sarebbe facile lasciarsi prendere dalla nostalgia e pensare che tutto fosse più autentico. Ma vivere con una stufa a cherosene significava anche respirarne l’odore, trasportare il combustibile e affrontare rischi che oggi non accetteremmo più tanto facilmente.
La Milano di allora non era necessariamente migliore. Era diversa.
Aveva una dimensione più lenta e materiale. Per ottenere il calore bisognava andare a comprarlo. Dietro ogni necessità c’erano un tragitto, una bottega e una persona conosciuta dal quartiere.
Il progresso ha eliminato molte fatiche e migliorato la qualità della vita. Nello stesso tempo ha reso invisibili gesti, mestieri e relazioni che tenevano insieme le piccole comunità urbane.
Non rimpiango la necessità di andare a comprare il cherosene. Mi colpisce però pensare che quella scena si svolgesse in una zona che oggi consideriamo pienamente centrale, moderna e perfettamente collegata al resto della città.
Una città può cambiare anche senza spostarsi
Via Farini è rimasta nello stesso posto. Piazzale Baiamonti continua a essere attraversato ogni giorno da migliaia di persone. I caselli di Porta Volta sono ancora lì e molte facciate sono le stesse che vedevo da bambino.
Eppure è cambiato quasi tutto.
Sono cambiati gli appartamenti, i sistemi di riscaldamento, i negozi, i cortili e le persone che li attraversano. Sono cambiati gli odori e i rumori. È cambiato il valore delle case ed è cambiato il modo in cui guardiamo questa parte di Milano.
Forse è proprio questo il cambiamento più profondo: non quello che modifica la forma di una strada, ma quello che rende incomprensibile alle generazioni successive un gesto che per noi era assolutamente normale.
Io ricordo mia nonna, la sua casa in via Farini e quella stufa a cherosene.
Ricordo che, per avere caldo, bisognava uscire e andare in una bottega nascosta dentro un cortile.
Oggi, passando da piazzale Baiamonti, di quel mondo sembra non essere rimasto nulla. Eppure, per chi lo ha vissuto, è ancora tutto lì: dietro un portone, in una traversa di via Volta, dentro l’odore di un combustibile che all’improvviso riporta a casa.
Domande frequenti su via Farini e piazzale Baiamonti
Dove comincia via Carlo Farini?
Via Carlo Farini comincia nei pressi di piazzale Baiamonti e Porta Volta e prosegue in direzione nord, attraversando la zona del Monumentale e arrivando verso Dergano.
Perché venne costruita Porta Volta?
Porta Volta venne aperta nel 1880 per collegare più direttamente Milano con il Cimitero Monumentale e con la nuova strada per Como, corrispondente all’attuale via Farini.
Come è cambiata la zona di piazzale Baiamonti?
La zona ha conservato edifici storici e caselli daziari, ma ha accolto nuove architetture, spazi verdi, percorsi ciclabili e importanti istituzioni culturali. Anche la vicina via Paolo Sarpi ha conosciuto una profonda trasformazione commerciale e urbana.
Le stufe a cherosene erano ancora usate negli anni Settanta?
Sì. Nonostante la diffusione dei termosifoni e degli impianti centralizzati, alla fine degli anni Settanta in alcune abitazioni italiane venivano ancora utilizzate stufe alimentate a carbone, legna o cherosene.

