Finora abbiamo attraversato una Milano fatta di battaglie, assedi, congiure e famiglie pronte a contendersi il potere. Ma com’era la città nella vita di tutti i giorni? Dove abitavano i milanesi, quali mestieri svolgevano e che idea avevano di sé?
Per scoprirlo dobbiamo fermarci alla fine del Duecento e affidarci a una guida d’eccezione: Bonvesin da la Riva, maestro di grammatica, scrittore e poeta milanese che ci ha lasciato una descrizione sorprendentemente vivace della città.
Naturalmente Bonvesin non è un osservatore imparziale. Ama Milano e non fa nulla per nasconderlo. Anzi, la considera una città meravigliosa, ricca e praticamente senza paragoni. Una caratteristica che, a pensarci bene, non è del tutto scomparsa.
Bonvesin da la Riva e le meraviglie di Milano
Bonvesin da la Riva è un milanese di Porta Ticinese, maestro di grammatica, terziario degli Umiliati e poeta in lingua lombarda. Nel 1288 scrive in latino il De magnalibus Mediolani, ovvero Le meraviglie di Milano.
Si tratta di un’opera celebrativa, costruita per esaltare Milano in ogni sua espressione. Tuttavia, dietro l’entusiasmo del suo autore, troviamo numerose informazioni sulla struttura della città, sulle sue attività, sugli abitanti e sulle idee dei milanesi nel periodo in cui stava nascendo la signoria viscontea.
È quindi attraverso gli occhi di Bonvesin che possiamo provare a entrare nella Milano di fine Duecento.
Una città circolare circondata dalle mura
Secondo Bonvesin, Milano possiede dodicimilacinquecento case e ha una forma circolare. Per il nostro cronista questo non è un semplice dettaglio urbanistico, ma un segno di assoluta perfezione.
La città è protetta da solide mura, circondate da un fossato ricco di pesci e gamberi. Al suo interno si trovano duecento tra chiese e cappelle, quattrocentottanta altari e centoventi campanili.
Anche il territorio che circonda Milano è descritto come estremamente ricco. Il contado comprende borghi, villaggi, castelli, cascine e mulini, oltre a orti, frutteti, vigneti, prati, pascoli, boschi, fiumi e sorgenti.
Per Bonvesin, chi osserva con attenzione tutte queste cose non può trovare nel mondo intero un simile paradiso di delizie. Diciamo che sul giudizio finale non aveva molti dubbi.
La Milano delle botteghe e degli artigiani
La Milano raccontata da Bonvesin è soprattutto una città che lavora.
Il cronista conta più di quattrocento forni per il pane, oltre mille botteghe, quattrocentoquaranta macellerie, circa cinquecento pescatori, centocinquanta albergatori e ottanta maniscalchi. Sono inoltre numerosi gli artigiani della lana, del lino e del cotone, i lavoratori delle pelli, i sarti e i fabbri.
I commercianti milanesi percorrono il mondo portando con sé le proprie merci, mentre nel territorio vengono prodotti cereali, legumi, frutta, fieno, miele, latte, lana e grandi quantità di vino.
Anche la carne, assicura Bonvesin, non manca mai. Nei giorni in cui non è previsto il digiuno vengono macellati settanta buoi, oltre a un numero che lui stesso definisce incalcolabile di maiali, montoni, agnelli, capretti e volatili.
La Milano medievale, almeno nella descrizione del suo entusiasta cantore, appare quindi popolosa, produttiva e certamente non abituata a restare con lo stomaco vuoto.
Come erano gli uomini e le donne di Milano
Bonvesin non si limita a descrivere edifici, mercati e attività economiche. Dedica spazio anche alle persone.
Gli uomini e le donne di Milano sono, secondo lui, piuttosto alti, allegri e dall’aspetto benevolo. Sono sinceri, incapaci di trattare con malizia i forestieri e, proprio per questo, vengono apprezzati anche fuori dalla città.
Vivono con decoro, vestono elegantemente e spendono con generosità. Le donne milanesi, scrive Bonvesin, risplendono di gioielli come regine.
I milanesi sono dignitosi, piacevoli e talmente riconoscibili che il loro aspetto sarebbe sufficiente per distinguerli in mezzo a qualsiasi altra gente. Sono inoltre considerati più religiosi di ogni altro popolo.
Possiamo quindi affermare che, già alla fine del Duecento, l’autostima milanese godeva di ottima salute.
Lo spirito d’iniziativa e l’amore per la libertà
Bonvesin ammira particolarmente lo spirito d’iniziativa dei suoi concittadini. Chi si dà da fare, sostiene, può ottenere guadagni e dignità secondo la propria condizione.
Esalta anche l’esercito milanese, formato da cavalieri e fanti ben armati. Quando parte per una spedizione viene preceduto dal Carroccio, trainato da tre paia di buoi e sormontato da un pennone con una croce d’oro e da un gonfalone bianco segnato da una croce rossa.
Milano è soprattutto fiera della propria libertà. Bonvesin ricorda che la città non vuole essere soggetta a nessuno se non alla Chiesa, perché servire la Chiesa, secondo questa visione, significa essere liberi.
A questo orgoglio si uniscono l’importanza dell’arcivescovo e la particolarità del rito ambrosiano, diverso da quello praticato nel resto del mondo cristiano e considerato un altro segno della dignità milanese.
I due difetti di Milano
Milano è bella, prospera, ricca, religiosa e libera. Tuttavia, persino Bonvesin deve riconoscere che la sua città presenta qualche difetto.
Ne individua due.
Il primo è la mancanza di concordia civile. Considerando le lotte interne, gli scontri tra famiglie e i continui cambiamenti politici raccontati nelle puntate precedenti, è difficile dargli torto.
Il secondo è l’assenza di un porto capace di accogliere le navi provenienti dal mare. Perché Milano sarà anche meravigliosa, ma evidentemente Bonvesin avrebbe preferito che avesse proprio tutto.
Le origini del dialetto milanese
Bonvesin da la Riva occupa un posto importante anche nella storia della lingua della città. È infatti l’autore del primo documento letterario conosciuto scritto nell’antico dialetto milanese: Le cinquanta cortesie da tavola.
Non possiamo però stabilire un giorno preciso nel quale nacque il milanese. Le lingue e i dialetti non compaiono improvvisamente, ma sono il risultato di trasformazioni lunghe e complesse.
Quando i romani colonizzarono l’Italia settentrionale, il territorio era abitato da galli e celti. Il latino parlato dai coloni entrò quindi in contatto con le lingue già presenti, assorbendone alcuni elementi.
Nel corso dei secoli si aggiunsero le particolarità linguistiche portate da altri popoli durante le invasioni barbariche, mentre lo stesso latino continuava lentamente a trasformarsi.
Da questa lunga mescolanza nacquero le lingue neolatine e i loro dialetti. In Lombardia prese forma il dialetto lombardo occidentale e, al suo interno, il milanese.
Tra le sue caratteristiche troviamo la caduta di molte vocali finali, come nelle parole fil, füm e òm, la presenza di suoni come quelli di füm e foeugh e l’eliminazione delle consonanti doppie, per cui “bella” diventa bela.
Milano trova la propria voce
Alla fine del Duecento Milano non sta costruendo soltanto la propria forza politica ed economica. Sta formando anche una propria identità culturale e linguistica.
La città descritta da Bonvesin è ricca, operosa, orgogliosa e profondamente convinta della propria unicità. Tra le botteghe, i mercati, le chiese e le strade affollate, prende forma anche una voce nuova, nata da secoli di incontri e trasformazioni.
Una voce che, pur derivando dal latino e portando con sé influenze differenti, è già chiaramente e profondamente milanese.

