In piazza XXV Aprile ci passiamo per raggiungere corso Como, per incontrare qualcuno o per proseguire verso un’altra parte della città, e quell’arco al centro della piazza finisce spesso per diventare un elemento del paesaggio al quale siamo abituati.
Eppure Porta Garibaldi avrebbe parecchie cose da raccontare. A cominciare dal fatto che, quando venne costruita, Garibaldi non c’entrava proprio nulla: l’arco era dedicato a un imperatore austriaco e la porta continuava a chiamarsi Comasina, perché da qui si prendeva la strada per Como.
Poi cambiarono la politica, le dediche e il nome. La porta rimase al suo posto, diventando una piccola lezione di storia milanese che possiamo leggere ancora oggi, purché ogni tanto alziamo gli occhi.
Perché Porta Garibaldi si chiamava Porta Comasina
Il nome Porta Comasina indicava la direzione dell’uscita dalla città: verso Como. Un’informazione pratica, prima ancora che un toponimo, appartenente alla lunga storia dei collegamenti tra Milano e il territorio circostante.
La denominazione identificava anche uno dei sei sestieri storici milanesi, il sestiere di Porta Comasina. Bisogna però distinguere il nome, che attraversa i secoli, dalla posizione dei diversi accessi cittadini: con l’espansione delle mura, anche le porte si spostarono verso l’esterno.
Quella di piazza XXV Aprile appartiene al tracciato dei bastioni spagnoli, dove si apriva il precedente ingresso alla città. L’arco che vediamo oggi è invece ottocentesco e sostituì la porta più antica.
Il ricordo della destinazione originaria è rimasto poco oltre: basta imboccare corso Como per ritrovarlo nel nome della strada.

Dai bastioni spagnoli all’arco neoclassico
Tra la fine del Settecento e l’inizio dell’Ottocento, le fortificazioni milanesi avevano progressivamente perso la loro importanza militare. Le porte conservavano però una funzione concreta: controllare gli ingressi delle merci e riscuotere i dazi.
La città desiderava anche presentarsi in modo diverso. Gli accessi dovevano diventare architetture rappresentative, capaci di accompagnare la trasformazione dei bastioni in viali alberati.
Il programma di rinnovamento venne impostato in epoca napoleonica, durante il governo di Francesco Melzi d’Eril. La realizzazione dell’attuale Porta Comasina arrivò però più tardi, quando Milano era tornata sotto il dominio austriaco. È una distinzione importante: nel 1826–1828, gli anni della costruzione dell’arco, la stagione napoleonica era già conclusa.
La storia milanese ha spesso questi passaggi: un progetto nasce sotto un governo, cambia strada sotto quello successivo e finisce per celebrare qualcuno di diverso.
Giacomo Moraglia e la nuova Porta Comasina
Alla vicenda progettuale è legato inizialmente il nome di Luigi Cagnola; la realizzazione dell’arco attuale si deve a Giacomo Moraglia.
Il monumento venne costruito tra il 1826 e il 1828, adottando il linguaggio neoclassico: un grande passaggio centrale ad arco, aperture pedonali e una composizione nella quale le parti si dispongono con equilibrio. La costruzione impiega la pietra di Viggiù, località del Varesotto legata alla lavorazione della pietra.
Al finanziamento contribuirono i negozianti milanesi, secondo una ricostruzione che descrive un contributo imposto dalle autorità, più che una spontanea gara di generosità.
Insomma, la porta diventava più elegante, ma qualcuno doveva comunque pagarla. Una questione che, a distanza di due secoli, conserva una certa familiarità.
I due caselli daziari laterali furono aggiunti negli anni Trenta dell’Ottocento, completando l’insieme e rendendone leggibile la funzione amministrativa. L’arco rappresentava l’ingresso; i caselli ricordavano che attraversarlo con delle merci poteva comportare qualche formalità in più.
Le quattro statue: quali fiumi rappresentano?
Una delle curiosità di Porta Garibaldi si trova sopra le nostre teste. Sulla sommità dell’arco sono collocate quattro statue allegoriche, opera di Giambattista Perabò, che rappresentano il Po, il Ticino, l’Adda e l’Olona.
Sono figure che trasformano i corsi d’acqua in personaggi monumentali, secondo una tradizione figurativa antica. Guardandole, torna alla mente il rapporto strettissimo tra Milano, la Lombardia e l’acqua: un territorio costruito anche attraverso i fiumi, i canali, il lavoro e gli scambi commerciali.
L’Olona, in particolare, permette di riconoscere in questa decorazione anche un legame con la storia milanese. È uno di quei dettagli che, una volta conosciuti, cambiano il modo di attraversare una piazza: le statue smettono di essere semplicemente “quelle figure sopra l’arco” e cominciano ad avere un nome.
Da Francesco I d’Austria a Giuseppe Garibaldi
L’arco venne inizialmente dedicato a Francesco I d’Austria, ricordando la sua visita a Milano del 1825. Pochi decenni dopo, la stessa architettura sarebbe diventata un monumento alla memoria delle vittorie contro gli austriaci.
Nel 1860 Porta Comasina venne intitolata a Giuseppe Garibaldi, nel clima seguito alla campagna del 1859 e alle vittorie di Varese e San Fermo. I nomi delle due battaglie sono ancora presenti nelle iscrizioni del monumento.
È forse il passaggio più interessante della sua storia: la struttura rimane, mentre il suo significato politico cambia completamente.
Chi l’aveva vista nascere come celebrazione del sovrano austriaco si ritrovò davanti una porta dedicata a uno dei protagonisti del Risorgimento. A Milano, evidentemente, anche i monumenti hanno dovuto imparare ad adattarsi ai cambiamenti.
Dove si trova Porta Garibaldi e cosa osservare
La porta monumentale di Milano si trova in piazza XXV Aprile, all’estremità di corso Garibaldi, verso corso Como. È l’arco storico che dà il nome alla zona, da distinguere dalla stazione ferroviaria di Milano Porta Garibaldi.
Per osservarla conviene concedersi una piccola deviazione dal percorso abituale e guardarla da entrambi i lati. Il rapporto tra arco e caselli aiuta a immaginare l’antico ingresso cittadino, mentre le statue e le iscrizioni raccontano il territorio e i cambiamenti politici.
La prossima volta che date appuntamento a qualcuno “sotto la porta”, provate a sfruttare l’attesa per cercare i quattro fiumi e i nomi delle battaglie. Se poi la persona arriva in ritardo, avrete almeno avuto il tempo di ripassare un pezzo di storia di Milano.

