milanesesando frutta
milanesesando frutta

Ci sono dei casi in cui puoi comprendere il milanese solo se lo conosci realmente perchè, per intuito, alla traduzione non ci si può arrivare. Vale, ad esempio, per il nome di alcuni frutti.

E poi c’è anche il nome di una famosa bambola, che deve il suo nome all’amore per la città di Milano, della sua creatrice…

Frutta: frutta.

Nella traduzione di molti frutti c’è qualcosa di mistico. Si tratta di parole totalmente diverse dalla traduzione italiana. Ecco alcuni esempi. I magioster sono le fragole, i pòmm sono le mele, i scires le ciliegie, lorion (gravaron) i mirtilli, el pèrsigh la pesca e la mognaga l’albicocca. Per intuizione, non ci si arriva.

Gesa: chiesa.

Oltre ad identificare il luogo di culto, la parola “gesa” viene usata anche per evidenziare uno stato di salute non proprio ottimale “el me par on poo in gesa..:”, intendendo che il fortunato malato, pare che abbia già un piede nella fossa.

Il/La/L’.

Articolo determinativo singolare maschile e femminile. A Milano i nomi propri (a sfregio di qualunque regola grammaticale), vengono preceduti dall’articolo. “Hai visto Mario?” diventa “Hai visto il Mario?”, Ho incontrato Claudia” si traduce con “Ho incontrato la Claudia”. E’ più forte di noi. Perché vogliamo proprio indicare quel Mario e quella Claudia lì, non due a caso! Quando ci sfugge l’articolo e chiediamo “Hai visto Marta?” l’interlocutore spiazzato risponde “Chi?!” “La Marta…” ed è subito chiaro di chi si sta parlando! Questo modo di parlare è motivo di sfottio non appena varchiamo il cartello con la scritta Milano sbarrata. Allo stesso modo, ci serve come radar per individuare i non milanesi…

Pesciada: calcio.

Nel suo utilizzo classico, possiamo inserire questa parola nel seguente contesto: pesciada in del cuu. Usata nell’educazione poco verbale e molto fisica (ad azione corrisponde reazione) che tanti di noi hanno avuto.

Pigòtta: bambola.

Tutti associano la Pigòtta alla bambola dell’Unicef. Jo Garceau (Comitato provinciale Unicef Milano, ndr) l’ha creata nel 1999 come simbolo a sostegno delle raccolte fondi. L’origine del nome deriva proprio dal milanese. Americana ma milanese d’adozione, la Garceau ha voluto usare questo termine, che può sembrare un nome inventato ad hoc, per identificare le bambole dell’Unicef. E noi la ringraziamo perché ha portato oltre confine una parola tutta milanese.