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Silvia Calderone, la fotografia come terapia

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Elisabetta Piselli
Amo da sempre le parole, mi piace sceglierle, dosarle e scriverle. Sono giornalista freeelance e mi occupo anche di Digital Pr e Ufficio Stampa. Scrivo da anni sul blog di Milano da Vedere, dove amo raccontare le emozioni che trasmette la città e collaboro anche con Tutto Milano di Repubblica.

Silvia Calderone è una donna speciale, che ha scelto di parlare della violenza sulle donne partendo da un lavoro di condivisione e utilizzando la fotografia per raccontare la sua esperienza, che è poi l’esperienza di molte donne.

Il tema della violenza fisica e psicologica è molto delicato ed intimo, e non sempre è facile parlarne. Perché poi le donne si sentono stupide ed inadeguate e la domanda (o la risposta..) che troppo spesso riecheggia nella testa è che in fondo la colpa è nostra.

Prima di uscire dal tunnel della violenza e di tornare a vivere la propria vita, si deve affrontare un percorso complesso, di autoanalisi, per riuscire finalmente a liberarsi del mostro che si è impossessato della nostra mente.

Silvia Calderone, la fotografia come terapia

Il primo lavoro fotografico di Silvia Calderone risale al 2019 e nasce all’interno di un corso di fotografia. Silvia decide di parlare per la prima volta della sua esperienza personale di violenza con la mostra “Tutte le spine hanno dei fiori: una storia di liberazione”.

Liberarsi delle proprie paure, delle proprie fragilità e del proprio dolore per tornare a vivere è il pensiero alla base degli scatti di Silvia. Attraverso questa mostra vuole dare un segno di speranza, mostrando alle donne che si può e ci si deve ribellare. Perché la violenza non è mai in nessun modo un’espressione di amore. L’amore è qualcosa di delicato, qualcosa che scalda il cuore e non lo frantuma in mille pezzi. L’amore è qualcosa che rende sicuri, non qualcosa ci fa mancare la terra sotto i piedi.

La mostra viene esposta alla Casa delle arti Alda Merini ed in altre biblioteche del comune di Milano (Fra Cristoforo, Sant’Ambrogio, Venezia, Oglio), per presentare alle donne del territorio i servizi presenti per aiutarle.

Durante il lockdown del 2020, Silvia Calderone si rimette dietro all’obiettivo per raccontare, attraverso la fotografia, il disagio provato dai ragazzi, dagli adulti e dagli anziani durante i mesi di isolamento. Un percorso di immagini che parte dalla sofferenza ed arriva alla ritrovata bellezza di quel che ci circonda.

Nasce così il progetto presentato nella mostra Butterfly Effect, mostra esposta durante il Milano Photo Festival al Centro Culturale di Milano. Si tratta di una mostra di otto autori all’interno della quale espone il progetto “Il senso del sorriso”

La sensibilità di Silvia Calderone, che nella vita di tutti i giorni lavora come bibliotecaria per il Comune di Milano. Nei libri la vita spesso viene romanzata e le difficoltà sembrano facili da superare.

Nella sua vita, Silvia ha imparato che anche quando tutto va storto, per lei alla fine del tunnel (di qualunque tunnel…), c’è sempre una luce. Anzi, c’è sempre “la luce”, quella della vita, che in qualche modo ha sempre la meglio su tutto. Ognuno di noi coltiva dentro di sé un piccolo seme, anche quando le cose non vanno, anche quando tutto sembra nero: quel seme è l’amore per sé stessi. Ed è a quel seme che dobbiamo attaccarci con tutte le nostre forze per risalire dal buio e tornare a splendere.

Silvia Calderone
Silvia Calderone

Grazie Silvia a nome di tutte noi donne che abbiamo toccato con mano cosa significhi sentirsi umiliate e sconfitte. Il tuo messaggio ci ricorda che c’è sempre una via di uscita. Basta decidere di aprire la porta.

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