Un sogno in via Ravizza

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Credo di non essere l’unico a cui succeda di svegliarsi e ricordarsi i sogni fatti. Non capita sempre, ma a volte è davvero una sensazione particolare. Ed il sogno di stanotte ve lo voglio proprio raccontare.

Non so se il sogno sia iniziato in quel momento, ma quel che è certo è che i miei ricordi iniziano da quando mi sono trovato a bere qualcosa con due mie compagne di classe. La strada dove ci siamo dati appuntamento era la stessa di tanti altri incontri pomeridiani e serali, una delle tante vie che circondano piazza De Angeli. D’altro canto è comodo trovarsi lì: la scuola è vicina e loro abitano in zona. Io sono quello più lontano, ma almeno nel sogno non dovevo prendere il tram, ma ero in macchina.

Ci siamo seduti in questo locale e, altra cosa strana del sogno, anzichè bere una coca cola o al massimo una birretta piccola, abbiamo preso una (facciamo due) bottiglie di vino. Abbiamo parlato come sempre di tutto, di noi, degli altri, di come era andata la giornata. Abbiamo ricordato persone che non vedevamo da un po’ e riso tantissimo sulle cose che abbiamo fatto.

Nel sogno le guardavo, erano di fronte a me, e mi domandavo, anche un po’ incuriosito, come sarebbe diventate dopo la scuola. Del resto è l’ultimo anno, tra poco ci sarà la maturità e poi… chissà cosa faranno, che ragazze e poi donne diventeranno.

Sorridevo a questo pensiero perchè in fondo, vai a sapere cosa potrà succedere poi. Magari non le rivedrò più. Ho sentito che a volte accade. Che ci si perda di vista, complice la vita. E quindi, boh, chi lo sa.

Eppure, le riguardo con attenzione mentre una delle due mi dice che ha ricevuto la mia cassetta dei Beatles che le avevo fatto, non capisco perchè mi chiedono di mio figlio. Mio figlio? Ah sì, certo. Ha la maturità quest’anno. Mi blocco per un istante. Come sarebbe che mio figlio ha la maturità quest’anno? Io ho la maturità a giugno.

Non capisco.

No, non è vero. Capisco eccome. Non è un sogno. Sono sveglio. Sono con loro. Ancora una volta. 30 anni dopo la nostra maturità. Tra qualche mese saranno i nostri figli a farla.

Ma ogni parola, racconto, frase, aneddoto, anche i ricordi, hanno sempre lo stesso timbro, la stessa emozione, la stessa voce. Le guardo e vedo quei volti così familiari che mi danno una sensazione di pace, tranquillità, serenità. Sono ancora (e sempre) le due ragazze a cui ho sempre detto tutto. Che sanno chi sono. Che mi prendono per il culo per le mie cazzate, quelle che mi fulminano con lo sguardo se dimentico qualcosa, ma che  sono in prima fila per darmi una mano se e quando serve.

Lo confesso: mi sforzo di vederle come potrebbero fare le persone che abbiamo intorno, ma non riesco. Le guardo e vedo sempre loro. Sento sempre loro. Come anni fa.

Prima di salutarle avrei voluto chiedere “domani cosa abbiamo? Mate, chimica, Italiano e..?” ma ho preferito non farlo. Non tanto per non sembrare scemo, ancora una volta, ma perchè avrei pagato, tanto, per essere adesso, mnetre scrivo, non davanti al computer, ma in aula, a scuola, con loro.

E tornando a casa ho iniziato a pensare alla maturità di mio figlio. E spero, gli auguro con tutto il cuore, di finire le superiori con la mia stessa grande, grandissima fortuna. Non parlo di voti, materie o numeri, ma di cuore.

Spero e gli auguro che tra 30 anni si sieda in un locale con due persone speciali. Che, in un modo o nell’altro, lo hanno accompagnato in quella che in fondo è allo stesso tempo la lezione più difficile ma anche la più bella di tutte. La vita.

 

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