Chi mi legge lo sa: non ho un rapporto particolare con il calcio.
Non seguo le partite, non mi interessa il tifo, sono stato allo stadio due volte in vita mia e mal sopporto il frastuono che si crea sotto casa quando c’è una partita a San Siro.
Eppure.
C’è un’eccezione. E ieri me l’ha ricordata un cantante di strada che intonava una canzone di Cesare Cremonini. In mezzo alle parole, un nome: Roberto Baggio.
E io mi sono fermato.
Perché Baggio è la mia eccezione.
Ogni volta che passa un video con una sua giocata, mi fermo a guardarlo. Anche oggi. Anche a distanza di anni. E ogni volta sento qualcosa muoversi dentro. Non è nostalgia calcistica. È un’emozione più profonda.
Non è solo per il talento.
Non è solo per quei gol che sembravano carezze date al pallone.
È per la storia.
La storia del ragazzo di provincia che si rompe un ginocchio a diciotto anni e sembra finita prima ancora di cominciare. La storia dell’uomo che cade e si rialza. Che sbaglia davanti al mondo intero e resta in piedi. Che viene amato da nord a sud, da est a ovest — non d’Italia, ma del mondo — senza bisogno di urlare.
Nel 1994, ai mondiali, quell’ultimo rigore finito alto lo ha trasformato in un simbolo fragile. Eppure, paradossalmente, lo ha reso ancora più umano. Più vicino. Perché in quell’istante non era il campione irraggiungibile. Era uno di noi, con il peso addosso di un Paese intero.
E poi c’è la sua ricerca interiore. Il buddismo. Il silenzio. La scelta di non inseguire polemiche. Di non trasformarsi in personaggio sopra le righe. In un mondo che ti chiede di essere rumore, lui ha scelto di essere profondità.
Forse è questo che mi emoziona.
Io che non amo il calcio, mi sono scoperto ad amare un calciatore.
Ma in realtà non era il calciatore che stavo guardando. Era l’uomo.
Roberto Baggio non è stato solo un giocatore unico.
È stato un ragazzo diventato uomo davanti ai nostri occhi. Con le sue ferite, le sue cadute, la sua grazia. Uno che ha insegnato, senza proclami, che si può essere grandi senza smettere di essere fragili.
E allora sì, continuerò a infastidirmi per il traffico nelle sere di partita. Continuerò a non sapere chi gioca contro chi.
Però se qualcuno, per strada, canta il suo nome…
io mi fermo ancora.

