Fu un furto minuscolo, quasi invisibile. Eppure, a distanza di oltre due secoli, continua ad affascinare più di molti grandi colpi passati alla storia.
Per raccontarlo bisogna immaginare una Milano molto diversa da quella di oggi. È il 1816, un pomeriggio d’autunno carico di pioggia e di nebbia. Le strade sono scure, i rumori sembrano soffocati dall’umidità e tra i vicoli del centro avanza una figura avvolta in un mantello nero. Cammina con una leggera zoppia, il volto segnato da un fascino inquieto che molti contemporanei descrivevano come irresistibile. Quell’uomo è Lord Byron, il poeta più celebre e discusso d’Europa, il simbolo stesso del Romanticismo, un personaggio capace di suscitare scandalo, ammirazione e desiderio ovunque passasse.
Byron è arrivato a Milano per un motivo molto particolare. Non cerca monumenti, né collezioni d’arte. Vuole raggiungere la Veneranda Biblioteca Ambrosiana, custode di un tesoro che da tempo alimenta la sua immaginazione: le lettere d’amore tra Lucrezia Borgia e Pietro Bembo.
Per comprendere il fascino che quella storia esercitava sul poeta inglese bisogna fare un salto indietro di tre secoli. Lucrezia Borgia era una delle donne più celebri del Rinascimento. Figlia di Papa Alessandro VI, appartenente a una delle famiglie più potenti e controverse della sua epoca, è stata per secoli dipinta come avvelenatrice, intrigante e seduttrice. Dietro la leggenda, però, emerge una figura molto più complessa: una donna intelligente, colta, costretta spesso a subire le strategie politiche del padre e utilizzata come pedina nei delicati equilibri di potere dell’Italia rinascimentale.
Pietro Bembo era invece uno dei più raffinati intellettuali del suo tempo. Poeta, umanista, studioso e futuro cardinale, rappresentava l’eleganza della parola e la forza della cultura. Tra lui e Lucrezia nacque un rapporto che ancora oggi divide gli storici. Fu amore? Fu amicizia? Fu una passione mai pienamente vissuta? Probabilmente fu tutte queste cose insieme. Di certo rimangono le loro lettere, pagine straordinarie nelle quali i sentimenti sembrano attraversare i secoli senza perdere intensità.
Byron ne rimase letteralmente incantato. Lesse quelle parole, ne imparò alcuni passaggi a memoria e arrivò a definirle «le più belle lettere d’amore del mondo». In quelle righe non vedeva soltanto una vicenda storica, ma l’incontro di due anime destinate a sfiorarsi attraverso la distanza, il potere, le convenzioni e il tempo.
Tra tutti i ricordi conservati all’Ambrosiana, però, ce n’era uno che lo affascinava più delle lettere stesse.
Una ciocca di capelli biondi.
Era stata Lucrezia a inviarla a Bembo durante la loro corrispondenza. Un gesto che oggi potrebbe sembrare insolito, ma che nel Rinascimento rappresentava una delle prove d’affetto più intime e preziose. Pietro Bembo la conservò gelosamente per tutta la vita, quasi fosse una reliquia. Secoli dopo quella stessa ciocca era ancora custodita all’Ambrosiana, insieme alle lettere che ne raccontavano la storia.
E fu allora che accadde qualcosa destinato a trasformarsi in leggenda.
Approfittando di un momento di assenza del bibliotecario, Byron si avvicinò alla teca. Non agì come un ladro comune. Non c’era avidità nel suo gesto e nemmeno la volontà di impossessarsi di un oggetto di valore. Al contrario, tutto lascia immaginare una sorta di devozione romantica. Aprì il contenitore, prese delicatamente tra le mani quella ciocca che aveva attraversato tre secoli di storia e ne staccò un singolo capello.
Uno soltanto.
Poi richiuse tutto e si allontanò.
Quell’esile filo dorato, quasi invisibile, era per lui molto più di un capello. Era il contatto fisico con una storia che lo aveva ossessionato, il collegamento tra il suo presente e un passato popolato da passioni, segreti e desideri. In seguito Byron lo descrisse come «la cosa più bella e più pura che si possa immaginare».
Forse è proprio questa la parte più affascinante della vicenda. Un uomo che aveva conosciuto fama, scandali, amori tumultuosi e avventure in tutta Europa attraversa mezza Italia per raggiungere Milano e, una volta arrivato all’Ambrosiana, non sente il bisogno di portare via un tesoro, ma soltanto un capello.
Un gesto minuscolo, quasi insignificante, che però racconta meglio di qualsiasi biografia il carattere di Lord Byron e la forza immortale di certe storie d’amore.
Ancora oggi, entrando nella Biblioteca Ambrosiana, si possono ammirare le lettere di Lucrezia Borgia e Pietro Bembo e la celebre ciocca bionda che il poeta inglese contemplò più di duecento anni fa. E viene spontaneo chiedersi quale fosse il capello che manca, quello che Byron portò via con sé e che forse conservò fino alla morte come una reliquia personale.
Perché a volte la storia non sopravvive nei grandi eventi o nelle battaglie. A volte continua a vivere in un semplice filo d’oro custodito tra le pagine della memoria.


