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Quando a Milano si sopravviveva all’estate senza aria condizionata

Materassi sul balcone, ventilatori rumorosi e notti insonni: i ricordi di chi ha affrontato il caldo milanese prima dell'arrivo dei climatizzatori.

C’è una domanda che ogni estate torna puntuale come le zanzare: ma una volta faceva davvero meno caldo?

Non lo so. O meglio, non sono sicuro di saperlo. So però una cosa: chi, come me, è nato negli anni Settanta, ha ricordi vivissimi di estati che sembravano non finire mai e di case nelle quali l’aria condizionata era un oggetto quasi mitologico, qualcosa che esisteva negli alberghi di lusso, negli uffici più moderni o nei film americani. Certamente non nelle nostre abitazioni.

Io, l’aria condizionata in casa, l’ho avuta soltanto nel 2002. Fino ad allora niente. Zero. Nisba. Eppure siamo sopravvissuti. Non bene, sia chiaro. Semplicemente siamo sopravvissuti.

Oggi basta che il termometro superi una certa soglia e partono immediatamente split, climatizzatori, deumidificatori, app meteo consultate ogni dieci minuti e discussioni degne di un summit internazionale. Negli anni Ottanta, invece, si affrontava il caldo con strumenti molto più rudimentali: finestre spalancate, persiane socchiuse, ventilatori che sembravano motori d’aereo e una buona dose di rassegnazione.

Ricordo notti in cui il lenzuolo si trasformava in una coperta inutile e il cuscino diventava caldo dopo pochi minuti. Ti giravi da una parte, poi dall’altra, poi di nuovo dall’altra ancora, nella speranza di trovare una porzione di materasso rimasta miracolosamente fresca. Speranza destinata a durare pochi secondi.

Tra tutti i ricordi, però, ce n’è uno che ancora oggi mi fa sorridere. Non saprei collocarlo con precisione: era probabilmente tra il 1980 e il 1984. Una di quelle notti in cui Milano sembrava essersi trasformata in una gigantesca pentola a pressione. Mio padre, esasperato dal caldo e dall’impossibilità di dormire, ebbe un’idea che in quel momento gli dovette sembrare geniale. Prese il materasso dal letto e lo portò sul balcone.

Non una sdraio. Non una sedia. Non un tentativo temporaneo. Proprio il materasso.

L’obiettivo era semplice: all’aperto si starà meglio.

Ora, col senno di poi, è evidente che il piano presentasse qualche difetto. Il primo era che l’aria notturna milanese, nelle giornate più torride, assomiglia spesso a quella che esce da un phon acceso. Il secondo erano le zanzare, che probabilmente accolsero la notizia con entusiasmo e organizzarono una sorta di banchetto collettivo.

Ricordo che il beneficio fu minimo. Le punture, invece, memorabili. Credo sia stata l’unica notte della storia della nostra famiglia passata a dormire sul balcone. E forse non a caso non ci fu una seconda edizione.

Eppure, nonostante tutto, quando ripenso a quelle estati provo una certa nostalgia. Non per il caldo, che ho sempre detestato e continuo a detestare con immutata convinzione. La nostalgia riguarda piuttosto il modo in cui lo si affrontava. Era quasi un’esperienza collettiva. Tutti soffrivano. Tutti cercavano soluzioni improbabili. Tutti avevano un vicino che sosteneva di conoscere il trucco definitivo per rinfrescare la casa, salvo poi scoprire che il trucco consisteva nel soffrire come gli altri.

Oggi si parla molto di temperature record, di notti tropicali e di estati sempre più difficili. È probabile che qualcosa stia effettivamente cambiando. Basta osservare certe serie storiche per rendersi conto che qualche anomalia esiste. Ma senza scomodare grandi dibattiti climatici, una cosa la ricordo bene: anche allora il caldo sapeva essere terribile.

Forse eravamo più giovani. Forse avevamo più energia. Forse semplicemente la memoria tende a sfumare le sofferenze e a conservare soprattutto gli episodi divertenti. Fatto sta che quelle notti bollenti esistevano eccome. Le finestre aperte fino all’alba, i ventilatori accesi al massimo, i bicchieri d’acqua sul comodino, le zanzare che sembravano bombardieri in missione e il desiderio di una brezza che spesso non arrivava mai.

La differenza è che oggi, quando entro in casa e sento il fresco dell’aria condizionata, mi capita di pensare a quel materasso sul balcone. A mio padre che tentava l’impossibile. E a noi che, in fondo, affrontavamo l’estate milanese come facevano tutti: senza particolari tecnologie, con poca speranza e molta fantasia.

Da eroi? Forse no.

Ma sicuramente con una capacità di adattamento che oggi, ogni tanto, mi sembra quasi leggendaria.

Danilo Dagradi
Danilo Dagradi
Danilo racconta Milano da oltre dieci anni attraverso articoli, podcast e video che ne svelano l’anima più autentica.
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