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La società del “no”: quando dire no a tutto diventa più facile che capire

Dal nucleare alle pale eoliche, passando per gas, petrolio e infrastrutture: viviamo nell’epoca del rifiuto automatico, spesso senza nemmeno approfondire davvero ciò che contestiamo.

C’è stato un momento, non so esattamente quando, in cui abbiamo smesso di discutere le cose e abbiamo iniziato semplicemente a vietarle. O meglio: a rifiutarle. A prescindere.
Viviamo nell’epoca del “no”, pronunciato quasi con soddisfazione, come se bastasse quello a certificare lucidità, coscienza civile e superiorità morale.

Ormai funziona così: qualcuno propone qualcosa e, prima ancora di capire di cosa si tratti davvero, nasce immediatamente un comitato contrario. A volte ho il sospetto che esistano persone che si alzino al mattino sperando ardentemente che qualcuno annunci un progetto qualunque, anche solo un nuovo cestino in piazza, pur di poter dire: “Assolutamente no”.

E la cosa straordinaria è che spesso il contenuto conta pochissimo. Conta l’opposizione. Quasi il gusto estetico del dissenso.
Perché dire no oggi ti regala automaticamente un’aura da ultimo difensore dell’umanità. Non importa se si stia parlando di energia, infrastrutture, trasporti o innovazione. Il meccanismo è sempre lo stesso: si prende posizione ancora prima di essersi presi il disturbo di capire.

Il caso dell’energia, in questi mesi, è probabilmente il più emblematico. Ed è anche quello che fa più sorridere, se non fosse tremendamente serio.
Perché nel giro di pochi anni siamo riusciti nell’impresa quasi artistica di opporci contemporaneamente al petrolio, al gas, al nucleare, alle pale eoliche e persino ai pannelli solari, colpevoli, a quanto pare, di avere il gravissimo difetto di esistere visivamente.

Le pale eoliche rovinano il paesaggio.
I pannelli solari disturbano la campagna.
Il nucleare fa paura.
Il gas inquina.
Il petrolio pure.

A questo punto manca solo qualcuno che organizzi una manifestazione contro il sole perché nelle giornate limpide crea riflessi fastidiosi sulle finestre.

E allora viene spontaneo chiederselo davvero: quale sarebbe l’alternativa? Le candele? I piccioni viaggiatori? Una colletta nazionale per acquistare milioni di abat-jour a pile?

Perché la sensazione è che ci siamo innamorati dell’idea romantica del rifiuto permanente, dimenticandoci però di un dettaglio abbastanza importante: il mondo reale continua ad andare avanti. E per farlo ha bisogno di energia. Di trasporti. Di infrastrutture. Di decisioni. Persino di compromessi, quella parola diventata ormai più impopolare del parcheggio in centro a Milano.

Attenzione: questo non significa accettare tutto senza discutere. Anzi. Ci mancherebbe altro. Alcuni progetti vanno fermati, altri migliorati, altri ancora ripensati completamente. Ma c’è una differenza enorme tra il senso critico e il riflesso condizionato. Tra l’analizzare e il barricarsi.

Oggi invece sembra che studiare un problema sia diventato quasi sospetto. Molto meglio scegliere immediatamente una tifoseria, possibilmente rumorosa, e ripetere slogan abbastanza semplici da stare bene dentro un reel di diciotto secondi con musica drammatica in sottofondo.

E così il dibattito pubblico si trasforma in una specie di talent show dell’indignazione, dove vince chi urla più forte e dove il dubbio, che dovrebbe essere il punto di partenza di ogni ragionamento intelligente, viene trattato come una debolezza.

Se provi anche solo a dire: “Forse sarebbe il caso di approfondire”, rischi immediatamente di essere guardato come uno che sta tentando di costruire una centrale nucleare nel soggiorno di casa.

Eppure il mondo, quello vero, non funziona per slogan. È complesso. Faticoso. Contraddittorio. Richiede studio, competenza e anche il coraggio di dire qualche volta: “Non lo so ancora, voglio capire meglio”.

Ma forse il problema è proprio questo. Capire richiede tempo. Dire no, invece, è velocissimo.
È immediato. Gratificante. Ti fa sentire nel giusto senza la fatica del ragionamento.

Solo che, a forza di dire no a tutto, rischiamo di costruire una società immobile, paralizzata, incapace perfino di immaginare il futuro. Una società convinta di essere modernissima mentre, in fondo, sogna inconsapevolmente di tornare al lume di candela. Naturalmente bio, sostenibile e possibilmente approvato da qualche comitato di quartiere.

Danilo Dagradi
Danilo Dagradi
Danilo racconta Milano da oltre dieci anni attraverso articoli, podcast e video che ne svelano l’anima più autentica.
A tal proposito
Leonardo. Tutti i dipinti. 40th Ed. Ediz. italiana

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