Milano mi ha insegnato una cosa: le città, come le persone, cambiano continuamente e a volte ce ne accorgiamo, mentre altre volte il cambiamento avviene sotto i nostri occhi e lo comprendiamo soltanto dopo.
È successo con le automobili, con i computer, con Internet, con gli smartphone e con i social network: ogni volta qualcuno ha gridato alla rivoluzione, qualcuno alla catastrofe e qualcun altro ha semplicemente iniziato a usare quello che aveva davanti, cercando di capire cosa potesse farci.
Oggi succede con l’intelligenza artificiale e, siccome negli ultimi mesi l’ho utilizzata moltissimo per il mio lavoro, credo di essermi fatto almeno un’idea: non mi interessa stabilire se l’intelligenza artificiale sia buona o cattiva, mi interessa capire cosa posso farci.
Il problema non è lo strumento
Faccio un esempio volutamente esagerato. Compro un’automobile e posso usarla per andare al lavoro, fare la spesa, portare qualcuno in stazione, partire per il mare o perdermi per le strade della Lombardia; oppure posso usarla per lanciarmi contro una folla.
L’automobile è la stessa, a cambiare è chi la guida.
Con l’intelligenza artificiale, fatte ovviamente tutte le debite proporzioni, credo che il principio sia simile: uno strumento acquista valore — o diventa pericoloso — anche in funzione dell’uso che decidiamo di farne.
Per questo mi convince poco sia chi la presenta come la soluzione di ogni problema, sia chi la considera una specie di mostro arrivato per rubarci lavoro, idee e creatività. Preferisco conoscerla e, soprattutto, imparare a usarla.
Quello che ho scoperto lavorandoci ogni giorno
Milano da Vedere esiste dal 2011 e in questi anni ho scritto, raccontato, fotografato, registrato podcast, realizzato video, organizzato eventi, studiato storie, incontrato persone e probabilmente aperto un numero di schede del browser incompatibile con la salute mentale.
Oggi una parte di questo lavoro la faccio con l’intelligenza artificiale, ma non al posto mio: con me. Ed è una differenza enorme.
La prima cosa che ho scoperto è piuttosto semplice: mi fa risparmiare tempo, perché ci sono attività che prima richiedevano ore e che oggi posso svolgere molto più velocemente. Posso organizzare informazioni, mettere ordine nelle idee, confrontare soluzioni, ragionare sulla struttura di un progetto, lavorare su testi, siti, podcast e contenuti, arrivando spesso in pochi minuti a un punto dal quale, fino a qualche tempo fa, avrei iniziato a lavorare dopo ore.
Ma attenzione, perché per far sì che tutto questo funzioni devo spiegarle quello che voglio e spesso devo spiegarglielo molto bene.
Ho dovuto insegnarle come lavoro, come racconto Milano, quali cose mi interessano e quali invece non voglio, quale tono utilizzare e persino quali parole tendo a usare più spesso. Continuo a correggerla, a dirle quando qualcosa non mi piace e a farle rifare ciò che non corrisponde a quello che avevo in mente.
Qualche volta sembra aver capito perfettamente, qualche altra mi viene voglia di mandarla a fare un giro in circonvallazione nelle ore di punta.
Un collaboratore velocissimo. Ma non il capo
La seconda cosa che ho capito è forse ancora più interessante: l’intelligenza artificiale può comportarsi, per certi compiti, come un collaboratore al quale affidare una parte del lavoro. Io stabilisco dove voglio arrivare, lei può aiutarmi a trovare una strada più veloce per arrivarci.
Questo significa che posso dedicare più tempo alle cose nelle quali la presenza umana rimane fondamentale: andare in un luogo, parlare con una persona, guardare un quadro dal vivo, camminare per una strada di Milano e chiedermi perché abbia quel nome, entrare in un cortile, ascoltare una storia o avere un’intuizione.
L’intelligenza artificiale può aiutarmi a preparare tutto questo, a organizzarlo, svilupparlo e trasformarlo in un progetto, ma non può essere me mentre attraverso Milano.
Ed è qui, secondo me, che spesso sbagliamo la domanda, perché continuiamo a chiederci: «L’intelligenza artificiale sostituirà l’uomo?», mentre io preferisco chiedermi: «Quali cose posso farle fare per avere più tempo da dedicare a quelle che voglio fare io?».
Vista così, cambia parecchio.
Qualcuno con cui ragionare
C’è poi un terzo aspetto che considero forse il più sorprendente ed è quello del dialogo.
Nel mio lavoro capita continuamente di dover prendere decisioni: una proposta commerciale, un progetto editoriale, un sito, una strategia social, un podcast o un evento. Prima molte riflessioni rimanevano nella mia testa oppure richiedevano di trovare la persona giusta, chiamarla, spiegarle tutto e aspettare di avere un parere.
Oggi posso anche confrontarmi immediatamente con uno strumento al quale chiedere se un’idea funziona, dove sono i punti deboli, cosa non sto considerando oppure quale soluzione tecnica potrei utilizzare. Naturalmente non significa prendere per oro colato quello che mi viene risposto, anzi, significa semplicemente avere un interlocutore in più con cui ragionare, confrontare un’idea e magari scoprire un punto di vista che non avevo considerato.
Poi la decisione rimane mia ed è fondamentale che rimanga così.
Milano, del resto, questa storia la conosce bene
Pensandoci, parlare di innovazione proprio a Milano ha qualcosa di particolarmente naturale, perché questa città è cambiata infinite volte anche grazie a qualcuno che ha deciso di provare qualcosa che prima non esisteva.
Ha trasformato il modo di produrre, costruire, muoversi, comunicare e lavorare, accogliendo innovazioni che inizialmente sembravano strane e che qualche anno dopo erano semplicemente diventate parte della vita quotidiana.
Non tutte hanno funzionato, non tutte sono state utilizzate bene e non tutte hanno prodotto soltanto conseguenze positive, ma è proprio questo il punto: innovare non significa spegnere il cervello e accettare qualsiasi novità, significa esattamente il contrario, ovvero capire ciò che abbiamo davanti e imparare a utilizzarlo.
La vera domanda
Forse quindi non dovremmo avere paura dell’intelligenza artificiale, quanto piuttosto di utilizzarla senza sapere cosa stiamo facendo.
Perché un’intelligenza artificiale può scrivere un testo, ma siamo noi a decidere se quel testo racconta qualcosa che vale la pena leggere; può aiutarci a costruire un progetto, ma dobbiamo sapere quale progetto vogliamo costruire; può darci una risposta in pochi secondi, ma dobbiamo ancora essere capaci di capire se quella risposta ha senso.
E soprattutto può farci risparmiare tempo, ma resta a noi decidere cosa fare del tempo risparmiato.
Io, possibilmente, vorrei usarne almeno una parte per continuare a girare Milano, perché può anche arrivare l’intelligenza artificiale più potente del mondo, ma per scoprire cosa c’è dietro quel portone che non avevo mai notato, per il momento, preferisco ancora andarci di persona.

