Ci sono parole che sembrano sparite, come se non avessero più un posto nel nostro presente. Una di queste è gibigiàna, termine del dialetto milanese che significa riverbero. Non la si sente quasi più, eppure porta con sé un mondo fatto di semplicità, giochi improvvisati e ricordi di infanzia.
Il ricordo
Questa mattina, sul balcone, un raggio di sole ha colpito il mio orologio. Il riflesso sul soffitto mi ha riportato indietro nel tempo, non solo a quella parola, ma anche a quando da bambino, dal balcone di casa di mia nonna in via Farini, mi divertivo con una compagna delle elementari che abitava qualche piano più in basso, nel palazzo di fronte. Bastava uno specchietto e il sole, e iniziava la magia della gibigiàna: il gioco di rimandare il riflesso da una finestra all’altra.
I giochi di ieri e quelli di oggi
Chi è nato dopo gli anni ’90 forse faticherà a capire come potessimo divertirci in questo modo. Nessun videogioco, nessun cellulare, solo un raggio di sole e la fantasia. Ma la verità è che quei momenti restano impressi, e ancora oggi basta un semplice riverbero a farmi tornare bambino.
Una parola da custodire
La gibigiàna non è solo un termine dialettale dimenticato: è un frammento di cultura milanese, una di quelle piccole cose che raccontano il passato della città e della sua gente. Ritrovarla, anche per caso, è un po’ come riaccendere una luce nella memoria.
Oggi i bambini giocano in modi diversi, ma certe parole e certi ricordi continuano a brillare come un riflesso sul muro. Ed è bello scoprire che la Milano di ieri può ancora illuminare quella di oggi.

