Nelle ultime settimane diversi avvistamenti di droni hanno interessato alcune città europee. La notizia, ripresa dai media internazionali, ha subito trovato una spiegazione: sono droni russi.
Così, senza bandiere, senza simboli, senza elementi che ne confermino con certezza la provenienza, si è data una nazionalità a macchine che, per definizione, non parlano.
E allora viene da chiedersi: come si fa a stabilire con certezza da dove arrivino? Non potrebbero essere di chiunque altro? Non potrebbero essere persino lanciati apposta, con la consapevolezza che tanto – nella narrazione collettiva – verranno comunque bollati come russi?
Non è complottismo, è una semplice osservazione. La storia ci ricorda che ogni volta che qualcosa appare nei nostri cieli senza spiegazione immediata, il modo in cui viene raccontata finisce per contare più della verità stessa. Che si tratti di palloni, di luci, o di droni, il rischio è sempre lo stesso: la narrazione prende il volo prima ancora dei fatti.
Forse il problema non è tanto chi li manda, ma come li leggiamo. Perché la realtà – spesso – non è nei cieli, ma nelle parole che scegliamo per descriverli.

