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Cos’è la cannabis autofiorente?

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Il mondo della cannabis, pianta che fa parte da secoli e secoli della cultura e della quotidianità dell’uomo, è ricco di fascino. Quando lo si chiama in causa, non si può non citare le varietà autofiorenti. Cosa sono di preciso? Discutere di questo argomento vuol dire riferirsi a semi di marijuana che permettono di ottenere piante che fioriscono in maniera estremamente rapida – inizia tutto dopo 2/4 settimane dalla piantumazione, per intenderci – a prescindere dalla quantità di luce a cui vengono esposte.

La cannabis autofiorente, negli ultimi anni, è finita al centro di un successo commerciale senza pari. Tantissime persone hanno scelto di iniziare a coltivarla in casa. Nulla di sorprendente se si pensa che, per motivi genetici che andremo ad approfondire nelle prossime righe, è estremamente resistente a parassiti, muffe e agli errori dei coltivatori principianti.

Come è composta la cannabis autofiorente

La composizione della cannabis autofiorente vede al centro dell’attenzione la varietà ruderalis. Questa tipologia di cannabis è originaria di una zona molto particolare del mondo, ossia la Siberia. Parliamo di un’area conosciuta per essere estremamente ostile dal punto di vista climatico. La ruderalis, infatti, possiede un corredo genetico tale da permetterle di crescere anche in territori noti per essere freddi e bui.

Utilizzata fin dagli anni ‘70 – periodo d’oro per quanto riguarda l’attività dei breeder – nell’ambito di sperimentazione finalizzate a ottenere varietà in grado di fiorire in tempi brevi, è il motivo per cui, come accennato nelle righe precedenti, la cannabis autofiorente è così resistente.

Cenni storici

Come poco fa specificato, il percorso della cannabis autofiorente è partito negli anni ‘70, grazie agli esperimenti di alcuni breeder considerati ancora oggi dei mostri sacri dai consumatori della pianta. All’inizio degli anni 2000, la cannabis a carattere autofiorente è sbarcata sul mercato internazionale con la varietà Lowryder, della quale sono state proposte, negli anni successivi, altre versioni. La prima, nonostante la sua oggettiva portata storica, è stata fin da subito oggetto di aspre critiche da parte degli addetti ai lavori per via della sua scarsa potenza.

Consigli di coltivazione

Dopo questo breve excursus storico, vale la pena passare in rassegna alcuni consigli di coltivazione. Uno dei primi – e più importanti – riguarda il fatto di concentrarsi in modo da scegliere subito il vaso definitivo per le proprie piante. La cannabis autofiorente, infatti, non ama essere rinvasata. Anche in questo frangente, dobbiamo dire grazie al ciclo di vita estremamente breve. Un rinvaso, risulterebbe fonte di eccessivo stress. Non ci sono indicazioni stringenti per quanto riguarda la capacità. Se possibile, è il caso di orientarsi verso un vaso dai 7 ai 15 litri. Bisogna tenere in considerazione il fatto che, per apprezzare un raccolto ottimale, le radici devono avere sufficiente spazio per crescere.

Per quanto riguarda il capitolo dei nutrienti, la prima regola è non esagerare. Essendo le piantine di dimensioni ridotte rispetto a quelle fotoperiodiche, inferiori sono le esigenze nutritive. Questo non vuol dire trascurarle e non tenere conto del fatto che, man mano che si susseguono le fasi, le necessità della pianta mutano. Nel corso di quella vegetativa, per esempio, è il caso di dare spazio in particolare all’azoto. Il motivo è legato al fatto che, quando si parla di questo elemento chimico, si inquadra un alleato prezioso della buona crescita delle foglie e degli steli.

Quando ci si avvicina alla fase di fioritura, invece, arriva il momento di concentrarsi sulla somministrazione di fosforo e potassio. Rammentiamo che lo schema appena illustrato vale sia per le piante di cannabis fotoperiodiche, sia per le autofiorenti.

Concludiamo facendo presente l’importanza di non esagerare con l’acqua – si rischia di far marcire le radici – e il fatto che, lato illuminazione, la maggior parte dei breeder esperti consiglia lo schema 18:6.

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