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Gian Giacomo Mora, la via dell’untore condannato a morte

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Gian Giacomo Mora è il nome della stretta via che, venendo dal centro, prima di arrivare alle colonne di San Lorenzo, si incrocia sulla destra e che porta in via Cesare Correnti.

La storia legata alla figura di Gian Giacomo Mora è agghiacciante ed è ricordata da una scultura in bronzo e da una lapide, posizionate nel portico della prima casa d’angolo posta all’incrocio con corso Ticinese.

Gian Giacomo Mora, classe 1587, era un barbiere. Svolgeva la sua professione nella bottega all’angolo con corso Ticinese, e fin qua nulla di strano.

Come è noto l’Italia settentrionale tra il 1629 e il 1633 dovette fronteggiare la terribile epidemia di peste che decimò la popolazione. Epidemia nota anche come peste manzoniana descritta ne “I Promessi Sposi” e documentata col saggio storico “Storia della colonna infame” del Manzoni, che racconta appunto le vicende del Mora.

Gian Giacomo Mora, la via dell’untore condannato a morte

Il barbiere, principale accusato nel processo degli untori assieme al commissario di Sanità Guglielmo Piazza, venne condannato a morte il 1° agosto 1630, dopo giorni di atroci torture.

Alessandro Manzoni comincia il suo saggio con queste parole: “La mattina del 21 giugno 1630, verso le quattro e mezza una donnicciola chiamata Caterina Rosa, trovandosi per disgrazia a una finestra d’un cavalcavia che allora c’era sul principio di via della Vetra de’ Cittadini… vide venire un uomo con una cappa nera, e il cappello sugli occhi, e una carta in mano, sopra la quale dice costei nella sua deposizione, metteua su le mani, che pareua che scriuesse”.

Si trattava del Commissario di Sanità Guglielmo Piazza che venne accusato di essere un untore della peste. Egli si difese dicendo che camminava rasente i muri perché pioveva e che annotava le condizioni igieniche del quartiere come era in uso nella sua professione.

Non creduto venne torturato, ma non cedette: con braccia e polsi slogati mantenne la sua versione dei fatti. Quando però il giudice gli propose l’impunità in cambio dei nomi dei complici il Piazza fece quello di Gian Giacomo Mora, colpevole di aver creato un unguento sospetto che, invece, serviva semplicemente per lenire i dolori degli ammalati di peste.

Il barbiere si proclamò innocente, ma a nulla valsero le sue ragioni. Dopo essere stato torturato capitolò per sfuggire alle torture e confessò di aver unto insieme al Piazza muri e portoni per diffondere la peste.

I due vennero condannati a morte e il 1° agosto 1630 vennero condotti su un carro trainato dai buoi da piazza Beccaria a piazza Vetra, torturati con tenaglie arroventate e privati della mano destra tramite amputazione. Furono poi legati alla ruota e picchiati con dei bastoni che gli spezzarono tutte le ossa. Sei lunghe ore durò l’agonia che terminò con un taglio alla gola.

I loro corpi vennero bruciati e le ceneri disperse nel canale della Vetra. La casa di Gian Giacomo Mora venne distrutta e al suo posto venne eretta la “colonna infame” che rimase in quel luogo fino al 1778, quando venne distrutta.

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