Primogenito di Francesco Sforza e Bianca Maria Visconti, Galeazzo Maria Sforza nacque a Fermo nel 1444 e crebbe tra Abbiategrasso e Pavia sotto la regia della nonna Agnese del Maino.
La sua formazione fu tipicamente umanistica: latino e greco, retorica, storia, musica e danza, affidati a maestri come Baldo Martorelli e Guiniforte Barzizza; in quell’ambiente si muoveva anche Cola Montano, destinato a influenzare – molti anni più tardi – gli stessi congiurati che lo avrebbero ucciso.
Fin da ragazzo Galeazzo Maria Sforza svolse missioni diplomatiche: a Ferrara nel 1452 per onorare l’imperatore Federico III, a Firenze nel 1459 al seguito di Pio II, accolto da Cosimo de’ Medici con fasto principesco. Nel 1466, morto improvvisamente il padre, attraversò in incognito i territori ostili dei Savoia e rientrò a Milano per essere acclamato duca: al suo fianco, l’abilissimo segretario Cicco Simonetta, che ne sorresse la macchina di governo.
Governo, riforme e contraddizioni
Il decennio di regno fu un continuo intreccio di buona amministrazione e impeti autoritari. Sul fronte economico, Galeazzo Maria Sforza promosse la gelsibachicoltura (1468), introdusse su larga scala la coltivazione del riso (1470), sostenne botteghe e manifatture e potenziò i Navigli (Martesana, collegamenti verso Pavia e Binasco) per favorire i traffici.
Verso il 1474 varò il Testone d’argento, moneta-icona del passaggio alla modernità rinascimentale, e intervenne sugli statuti mercantili e sui privilegi fiscali, tentando di riequilibrare entrate e poteri delle élite. Non mancò un’attenzione – interessata ma concreta – alla salute degli operai e ai censimenti per la crescita demografica del ducato.
Sul piano politico-diplomatico fu rapido nel cambiare rotta: difese Firenze contro Venezia (battaglia della Riccardina, 1467, contro Bartolomeo Colleoni), ma, su pressione francese, scelse il matrimonio con Bona di Savoia (1468) scontentando il fronte aragonese; quel legame rinsaldava l’asse Francia–Milano e chiudeva, insieme, il capitolo delle nozze gonzaghesche sfumate. Tale dinamicità, spesso irruenta, accese frizioni con la madre Bianca Maria e alimentò inimicizie tra i nobili.
Accanto alle abilità di governo, le fonti consegnano l’immagine di un principe superbo e crudele: punizioni esemplari, eccessi privati, lusso ostentato. È questa doppiezza – efficienza amministrativa e ferocia personale – a rendere il suo profilo tanto controverso quanto centrale nella storia milanese.
Con Galeazzo Maria Sforza, splendore di corte
Galeazzo Maria Sforza trasformò il Castello Sforzesco nella vera reggia sforzesca: lavori con Bartolomeo Gadio e Benedetto Ferrini, ambienti di rappresentanza, la Cappella Ducale (1471) con cicli decorativi di Bonifacio Bembo, Giacomino Vismara e Stefano de Fedeli.
A Pavia, nel Castello Visconteo, rinnovò sale e cappella (celebre la “sala azzurra”), mentre a Milano proseguì i grandi cantieri pubblici: Ospedale Maggiore e soprattutto Duomo.
La sua passione per la musica portò a Milano un élite di fiamminghi – Gaspar van Weerbeke, Loyset Compère, Alessandro Agricola, Johannes Martini – facendo della cappella ducale uno dei centri sonori d’Europa.
In parallelo, nel 1471 sostenne la prima tipografia stabile lombarda: da Panfilo Castaldi ad Antonio Zarotto, con edizioni che spaziano dai classici latini al primo volume interamente in caratteri greci (1476, grammatica di Costantino Lascaris). È un Rinascimento che parla molte lingue: architettura, pittura, musica, stampa.
Il 26 dicembre 1476: il tirannicidio e l’eredità
Le tensioni accumulate nella nobiltà, gli odi personali e le ombre delle potenze straniere culminarono nel 26 dicembre 1476. Secondo un cerimoniale abituale, Galeazzo Maria Sforza si recò alla basilica di Santo Stefano per la messa di Santo Stefano: sulla soglia fu aggredito e pugnalato da Giovanni Andrea Lampugnani, con Girolamo Olgiati e Carlo Visconti.
L’uccisione fu fulminea; seguì il caos, l’immediata morte del Lampugnani e, nei giorni seguenti, la cattura e l’esecuzione dei complici. Il corpo del duca venne sepolto di nascosto, temendo disordini.
Il potere sforzesco non crollò: gli succedette il figlio Gian Galeazzo Maria, di 7 anni. Ma l’equilibrio si fece più fragile e iniziò una nuova stagione, in cui splendore e violenza della stagione di Galeazzo avrebbero continuato a pesare sulla memoria cittadina. Dalla moglie Bona di Savoia ebbe quattro figli legittimi (tra cui Bianca Maria, futura moglie di Massimiliano I d’Asburgo) e numerosi figli naturali, fra i quali spicca Caterina Sforza, emblema della tenacia politica del casato.
Nel bilancio storico, Galeazzo Maria Sforza resta il principe delle contraddizioni: riformatore e mecenate, protagonista della modernizzazione economica e culturale di Milano, ma anche sovrano duro, capace di scelte che gli alienarono una parte decisiva dell’aristocrazia.
La sua Milano fu laboratorio di moneta, canali, agricoltura, musica e tipografia; eppure il suo nome è legato soprattutto a un pomeriggio d’inverno, quando la politica si fece pugnale sulla soglia di una chiesa.

