Torre Velasca fotografata da Franco Brandazzi
Torre Velasca fotografata da Franco Brandazzi

La Torre Velasca ha sempre diviso i milanesi. Chi la ama e chi la odia. Niente vie di mezzo. Voi cosa ne pensate? Prima di esprimervi però, leggete la sua storia.

L’ombra di vicoletti e slarghi dal sapore medioevale ci avrebbe scortati fino ad una piccola piazzetta, che la modestia spagnola decide intitolare al governatore di Milano Juan de Velasco. Peccato che di tutta quest’atmosfera rimanga giusto il vago ricordo evocato dal nome Velasca.

Poco è rimasto dopo il passaggio degli aerei nel ’43, niente dopo il passaggio delle amministrazioni post belliche. L’antico quartiere Bottonuto, danneggiato, viene sacrificato alla speculazione e la piccola piazzetta de Velasco impara la lingua del XX° secolo diventando la casa della Torre Velasca.

Inizialmente prevista in ferro su commissione della BBPR nel 1950, i costi altissimi fanno virare la struttura la più economico cemento. Basta razionalismo, si cercava di uscire da quella concezione con qualcosa di eclatante e senza dubbio lo scopo è stato raggiunto. Una breve consultazione con i ben più esperti americani e nel 1957 la torre è pronta. Costruita in meno di un anno, 292 giorni per l’esattezza, il primo grattacielo milanese entra nella storia e negli occhi di Milano, ma forse il cuore lo vede ancora da fuori.

In fondo è la citazione più pura di quei secoli grandiosi che  tra quattrocento e cinquecento, ispirandosi alla ben più famosa e fotografata torre del Filarete che segna l’ingresso del castello dopo esser stata ricostruita dal Beltrami. Dall’alto dei suoi 106 metri accetta da decenni complimenti ed insulti di una città che l’ha da subito ribattezzata Grattacielo delle giarrettiere per via della forma a fungo e dei sostegni. Il dibattito arriva fino a noi con il vincolo culturale riconosciuto dalla Soprintendenza nel 2011 mentre l’anno successivo entra nella Top Ten delle schifezze mondiali per la classifica del The Daily Telegraph.

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