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Elisabetta Piselli
Elisabetta Piselli
Amo da sempre le parole, mi piace sceglierle, dosarle e scriverle. Mi occupo di Digital Pr e Ufficio Stampa. Scrivo da anni sul blog di Milano da Vedere, dove amo raccontare le emozioni che mi trasmette la città. Scrivo anche su Mi-Tomorrow. Organizzo, per Milano da Vedere, l'evento Se Parla Milanes, che ogni anno diventa più grande e più bello...

Il milanese è una lingua meravigliosa. Alcune parole mi riportano alla mia infanzia e alle voci care di persone che non ci sono più.

Credo che questo sentimento possa essere condiviso da molti, ecco il perchè di queste parole ritrovate alle quali ho deciso di dare un significato più emotivo che linguistico. Buona lettura.

Tèppa: monello/a.

Essere una tèppa o avere la faccia da tèppa. Ancora molto usato nel linguaggio comune, si riferisce soprattutto ai bambini ed ai ragazzini e vale sia al maschile che al femminile. E’ un termine affettuoso, non si riferisce a chi compie atti gravi (quelli sono “i disgraziaa! o “i balord” …).

La teppa è la simpatica canaglia, il bambino birichino. In pratica siamo noi (o lo siamo stati) quando, forti delle nostre gambette ammaccate e leste, ci divertivamo a giocare con il mondo e a prendere in giro genitori e nonni. E tutte le volte che il bambino che siamo stati torna a farsi sentire, è certo che il nostro viso torni ad essere una faccia da tèppa!

Scighera: nebbia.

Ormai è diventata parte dei ricordi e delle leggende popolari, perché la nebbia a Milano non esiste più. Gli ultimi avvistamenti risalgono a diversi anni fa e ricordo che venne accolta con molte riverenze. I milanesi, che per secoli l’hanno odiata, oggi la ricordano con malinconia, come si fa con tutto ciò che fa parte del passato.

Meravigliosa da guardare immortalata della vecchia Milano, la scighera (anche detta el nebbion), era molto fastidiosa. In auto creava un muro impenetrabile attraverso il quale era impossibile vedere (e di conseguenza gli incidenti causati dalla signora non si contavano). Era sinonimo di un’umida tremenda, che mischiata al freddo meneghino riusciva a penetrare nelle ossa e per togliersi di dosso questo mix, bisognava aspettare maggio.

Quando ero bambina, ricordo che a gennaio le giornate potevano essere per giorni e giorni monocolore grigio. La mattina era grigio buio, ad ora di pranzo grigio sbiadito e da metà pomeriggio grigio notte… E la cosa che mi faceva più arrabbiare era che se c’era la nebbia, il tempo era sereno. Già, il sole invernale dei milanesi era grigio…

Cà: casa.

Al di là del suo significato abitativo, esiste una Cà famosa a Milano: la Cà Granda. Per la maggior parte dei milanesi si tratta dell’Ospedale Niguarda (o Maggiore). In realtà parliamo del palazzo che fu sede dell’Ospedale Maggiore e che si trova tra via Francesco Sforza, via Laghetto e via Festa del Perdono.

Un palazzo meraviglioso di epoca Rinascimentale, opera di Filarete e oggi sede dell’Università Statale di Milano, Una chicca è Cripta della Chiesa di Santa Maria Annunciata all’Ospedale Maggiore chi si trova proprio sotto il Palazzo, e che venne utilizzata durante le Cinque Giornate di Milano per ospitare i corpi dei caduti. Assolutamente da visitare.


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