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Quando l’ispirazione diventa fotocopia

Nel mondo della comunicazione — e non solo — esistono due specie ben distinte: chi crea e chi imita.
I primi sono artigiani del pensiero: inventano, sperimentano, si sporcano le mani con la materia grezza delle idee.
I secondi sono imitatori di mestiere: attendono che qualcuno tracci il sentiero, per poi percorrerlo con passo sicuro, senza mai ringraziare chi ha aperto la strada.

Anni fa, ho conosciuto uno di questi. Si presentava con umiltà, bussando piano, chiedendo consigli, osservando con attenzione. All’inizio pensavo fosse semplice curiosità, la sana voglia di imparare. Ma col tempo ho capito che stava solo prendendo le misure… per rifarsi il guardaroba con i miei vestiti.

Un giorno, ha aperto la sua “bottega”. A prima vista sembrava nuova, ma entrando era impossibile non riconoscere tutto: l’arredamento, il banco, persino la disposizione delle vetrine. Cambiava giusto qualche dettaglio, un colore qua, una tenda là. Il prodotto? Sempre lo stesso.
Se fosse un ristorante, avrebbe un menù fisso: stesso piatto ogni giorno, servito con il sorriso e una tovaglia di colore diverso.

Non si è fermato lì. Ha iniziato a fare il giro di tutti i miei contatti, bussando alle stesse porte che io avevo aperto con fatica negli anni. E, con sorprendente disinvoltura, raccontava che fossero suoi amici di vecchia data. Alcuni ci hanno creduto, altri hanno sorriso, altri ancora hanno fatto finta di niente.

La sua strategia di comunicazione si fonda su due pilastri:

  1. Copiare alla perfezione chi lavora meglio di lui, presentandolo come farina del proprio sacco.

  2. Giocare la carta della pena, alternando storie tristi di altri a racconti personali pieni di sventure. Ogni tre per due, un ricordo struggente, una vicenda dolorosa, una disavventura condivisa pubblicamente. E il pubblico, puntuale, si divide tra chi si commuove e chi mette un “mi piace” solo per non sentirsi in colpa.

Non gli mancano abilità, intendiamoci. Sa muoversi, sa parlare, sa recitare la parte. E questo lo rende, paradossalmente, bravo nel suo lavoro. Ma c’è una cosa che non potrà mai replicare: l’autenticità di chi crea dal nulla. Perché le copie, anche se ben fatte, non hanno mai lo stesso valore dell’originale.

Il tempo, si sa, è un giudice inflessibile. Chi semina con le proprie mani, prima o poi raccoglie. Chi ruba nei campi altrui, finisce per trovarsi un raccolto sempre più scarso.

Perché, vedi, la differenza è semplice:
chi semina campi suoi, guarda avanti.
Chi vive di raccolti altrui… resta sempre un passo indietro,
con le mani piene di frutti, ma vuote di radici.

E io? Io continuo a seminare. Perché, alla fine, il mio campo parla per me.

Danilo Dagradi
Danilo Dagradi
Danilo racconta Milano da oltre dieci anni attraverso articoli, podcast e video che ne svelano l’anima più autentica.
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