C’è una tentazione che torna ciclicamente, quasi con puntualità. Non fa rumore, non divide subito, ma piano piano si insinua nel dibattito culturale: togliere di mezzo ciò che è difficile.
Oggi succede con la scuola, dove si mette in discussione la lettura integrale de I promessi sposi perché troppo complessi per ragazzi di quindici anni. Troppo lontani, troppo stratificati, troppo pieni di riferimenti storici, linguistici, culturali. In una parola: troppo.
Capisco perfettamente da dove nasce questa riflessione. Non è un’eresia dirlo, anzi: è un dato di realtà. Se torno indietro ai miei quindici anni, io quel libro lo detestavo. Non c’è modo più elegante per dirlo. Detestavo Alessandro Manzoni, detestavo Renzo e Lucia, trovavo Don Abbondio insopportabile, Don Rodrigo odioso e i bravi quasi patetici. Era una lettura che non mi parlava, o meglio, che parlava una lingua che io non avevo ancora imparato a capire. Eppure quel libro l’ho letto, sottolineato, annotato ai margini con commenti spesso poco gentili. Quella copia esiste ancora, da qualche parte tra i miei scaffali, ed è una delle cose più preziose che ho, proprio perché racconta un incontro mancato… che però, col tempo, è diventato qualcosa di molto diverso.
Perché poi succede una cosa che a quindici anni non puoi sapere. Cresci. Torni su quelle pagine. E improvvisamente scopri che quel testo che ti sembrava distante diventa vicino, persino necessario. Ti accorgi che dentro c’è Milano, c’è la storia, ci sono dinamiche umane che riconosci, ci sono paure, compromessi, ingiustizie, speranze. Ti ritrovi a cercare i luoghi del romanzo, a camminare per la città con la sensazione che quei personaggi non siano solo invenzioni letterarie ma presenze che hanno lasciato una traccia. Per me è stato così. E lo è da più di venticinque anni. I promessi sposi sono diventati una fonte continua di ispirazione, qualcosa a cui tornare, nonostante — o forse proprio grazie a — quella iniziale difficoltà.
Allora il punto non è stabilire se siano difficili. Lo sono. Lo erano già nell’Ottocento, quando Giosuè Carducci sosteneva che non fossero adatti a ragazzi troppo giovani, e lo sono ancora oggi, in un contesto completamente diverso, con studenti che hanno strumenti, attenzioni e abitudini radicalmente cambiati. La questione vera è un’altra, molto più scomoda: cosa facciamo davanti alla difficoltà? La consideriamo un ostacolo da eliminare o una soglia da attraversare?
Perché se uno studente si blocca davanti a “quel ramo del lago di Como” pensando a un albero, il problema non è Manzoni. Se “volge a mezzogiorno” richiede una spiegazione, il problema non è Manzoni. Il problema è che tra il testo e chi lo legge si è spezzato qualcosa. Quel qualcosa è il contesto, è la guida, è la capacità di accompagnare dentro un linguaggio che non è immediato. È, in ultima analisi, il ruolo di chi sta dall’altra parte della cattedra. Non basta assegnare un libro: bisogna costruire le condizioni perché quel libro possa essere incontrato davvero.
Ed è qui che, secondo me, si gioca tutta la partita. Non nei programmi ministeriali, non nella scelta di spostare la lettura dal secondo al quarto anno, non nella possibilità — più che legittima — di affiancare testi più accessibili. Tutto questo può avere senso. Ma rischia di essere una soluzione apparente se non si affronta il nodo centrale: la capacità di spiegare la complessità. Perché i classici non nascono per essere facili. Nascono per durare. E durano proprio perché richiedono uno sforzo, una mediazione, un tempo di assimilazione che non è immediato.
Io oggi amo profondamente questo romanzo. Ma non perché a quindici anni lo capissi. Lo amo perché, in qualche modo, sono stato costretto a starci dentro. A non scappare. A fare i conti con qualcosa che non mi veniva naturale. E quella fatica, che allora sembrava inutile, si è trasformata nel tempo in uno degli strumenti più importanti che ho acquisito: la capacità di restare davanti a ciò che non capisco subito.
Possiamo decidere di rimandare Manzoni, certo. Possiamo scegliere altri libri, più vicini, più immediati. Possiamo adattare la scuola ai tempi che cambiano. Ma se nel frattempo perdiamo la capacità di accompagnare i ragazzi dentro la difficoltà, allora il problema non sarà più I promessi sposi. Sarà tutto il resto. Perché prima o poi, nella vita, ci imbattiamo tutti in qualcosa che non è scritto per noi, che non parla la nostra lingua, che non si lascia capire al primo colpo. E in quel momento non ci sarà un insegnante a tradurre, a spiegare, a costruire ponti.
E forse è proprio questo che la scuola dovrebbe insegnare: non tanto evitare la complessità, ma imparare ad abitarla.

