Ogni tanto, navigando sui social, mi capita di imbattermi nei post-denuncia sul prezzo del caffè. Foto dello scontrino in primo piano: “Caffè, 2,50 euro”. Sotto, pioggia di commenti indignati. Poi c’è quello da 5 euro in piazza San Marco, quello da 1,50 nella trattoria di paese, e il sempreverde “eh, ma dipende se lo bevi al bancone o seduto vista mare/montagna/Duomo”.
Poi ci sono i capitoli paralleli:
chi si lamenta del prezzo delle cialde;
chi della qualità;
chi del rifiuto (la cialda vuota, che ormai viene vista come la plastica monouso del nuovo millennio).
Io, lo ammetto, il caffè al bar lo prendo spesso. Sotto casa, al mio bar preferito, 1,20 euro. Ma quando sono in centro, ogni tanto mi concedo il lusso: Cracco o Massari. Non mi siedo, resto al bancone, prendo brioche e caffè. Prezzo? Tra i 3,50 e i 4 euro. Opinione personale: li valgono tutti, perché le brioche sono strepitose.
E il caffè? Buono. Molto buono.
Ma… c’è un “ma”. E non è per la qualità: né il mio bar di quartiere né i grandi nomi sbagliano. Il mio “ma” è che, per me, il caffè della moka non lo batte nessuno.
Il rito di riempire la caldaia d’acqua, dosare il macinato, avvitare, mettere sul fuoco e aspettare quel borbottio inconfondibile… per me è la colonna sonora del risveglio. Poi il profumo che invade la cucina, la tazzina calda tra le mani: è un’esperienza che va oltre il gusto.
Il sapore? Imbattibile.
E non perché il bar non sia capace, ma perché è diverso: è casa. È il mio tempo. È la mia tazzina. Le macchinette a cialde? Comode, certo, ma per me non sono nemmeno nello stesso campionato.
Quando vado al supermercato, per la mia moka cerco sempre il caffè che mi piace di più, evitando marche improbabili o prezzi troppo bassi per essere seri. Perché sì, anche la moka vuole rispetto.
Insomma, amo il caffè del bar, anche quello “di lusso”. Ma se devo scegliere un vincitore assoluto, il caffè della moka resta campione indiscusso. E senza nemmeno bisogno dello scontrino per provarlo.


