Nicola Samorì nasce a Forlì nel 1977 e cresce artisticamente a Bologna, tra le aule dell’Accademia di Belle Arti e la passione per la pittura che affonda le sue radici nel Cinque e Seicento. È proprio lì che trova la scintilla: nelle luci violente del Caravaggio, nelle ombre che divorano i volti, nei corpi che sembrano emergere dall’oscurità o esserne inghiottiti. La sua ricerca inizia come una conversazione con i maestri, ma diventa presto qualcosa di più audace: un confronto fisico, quasi chirurgico, con la materia stessa della pittura.
Già nei primi anni Duemila arrivano premi importanti come il Morandi e il Michetti, e poi, nel 2011 e 2015, la Biennale di Venezia, dove il suo nome comincia ad attirare l’attenzione internazionale. Una strada che lo porta a lavorare con tecniche antichissime e superfici sorprendenti: non solo tela e tavola, ma anche pietre dure, rame, affreschi, sempre alla ricerca di una verità più scomoda, più cruda, più viva.
La bellezza che si lascia colpire
Nicola Samorì è un artista che non chiede permesso.
Davanti a una copia di un capolavoro antico non si limita a ripeterlo: lo sfida. Gratta, strappa, incide. Lascia che la pittura crolli per rivelare qualcosa che era nascosto. Se la tradizione è un tempio, lui entra dalla parete laterale, facendo cedere l’intonaco, lasciando che la luce filtri da una crepa imprevista.
Il risultato è un equilibrio sorprendente tra devozione e distruzione. La figurazione rimane riconoscibile, ma è ferita. È proprio in quella ferita che Samorì ci costringe a guardare: la nostra idea di bellezza non è eterna, può incrinarsi, può mutare. È, come dice lui stesso:
«Un foro nel tempo».
In questo varco, antico e contemporaneo convivono. Il passato non è più custodito sotto vetro: vive, soffre, si difende, si trasforma.
Il mondo si accorge di lui
Le sue opere viaggiano molto più di quanto appaiano statiche nelle cornici: dalla Taylor Art Collection di Denver ai musei e gallerie d’Europa, con personali e collettive che lo hanno portato a Berlino, Londra, New York, Napoli, Milano e in tanti altri luoghi.
Ogni mostra è una tappa di un percorso che continua a crescere, a scavare, ad aprire nuovi interrogativi. Perché Samorì non “racconta” la storia dell’arte: la rimette in discussione.
In un mondo che tende a consumare le immagini con uno scroll, Nicola Samorì ci obbliga a fermarci. Ci dice che la pittura non è morta. Che i grandi maestri non hanno smesso di parlarci. Ma aggiunge una condizione: per ascoltarli dobbiamo accettare che la loro voce non sia più limpida, ma incrinata, spinta al limite.
Forse è proprio in questa tensione che l’arte continua a vivere.
Ed è forse per questo che Nicola Samorì, oggi, è uno degli artisti italiani più importanti da conoscere.

