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venerdì 7 Maggio

Sant’Ambrogio: la Milano musicale di Kublai

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Quest’inverno è uscito il primo album di Kublai dall’omonimo titolo Kublai, un nuovo capitolo del progetto solista di Teo Manzo che segue il precedente singolo pubblicato a settembre Orfano e Creatore.

Kublai è un disco che non nasce come un monologo, un album dialogico, i cui testi percorrono gli scambi di una conversazione in una sera come tante. I protagonisti sono due amici, forse il Kublai e il Marco Polo che appaiono nel video di Orfano e Creatore, o forse no.

Ciò che importa è che, al termine di questa notte, uno dei due sceglierà di negarsi, togliendosi la vita, e lasciando alla musica un’unica voce, un canto solo. Un atipico cantautore, una storia atipica.

Siamo stati con lui in centro a Milano, girando per Sant’Ambrogio tra vecchie librerie e locali dove hanno interrotto la programmazione di concertini. Ecco cosa ci ha raccontato.

kublai - foto di Simone Pezzolati
kublai – foto di Simone Pezzolati

Milano ha in qualche modo influenzato il tuo lavoro?
Credo l’abbia sempre fatto, anche se non per mia diretta volontà. La musica che faccio è in un certo senso “apolide”, aleggia in un luogo senza connotati. Milano non è mai nominata nelle mie canzoni, ma la notte è sempre presente, ed è senz’altro la sua.

Perché hai scelto la zona di Sant’Ambrogio per parlarci della tua Milano?  
Ho vissuto in molti quartieri e Sant’Ambrogio non è tra questi. Tuttavia è un luogo con cui ho una certa consuetudine, ci vivono molti amici e un pezzo della mia famiglia; l’ho frequentato a lungo nell’adolescenza e tuttora ci sto bene. Però, appunto, la mia Milano è sparsa in molti posti, non ne ho uno che primeggia sugli altri.

E del Jazz Club cosa puoi raccontarci?  
Il jazz club in questione è La Buca di San Vincenzo, che purtroppo ha da poco chiuso i battenti definitivamente. È un luogo storico di Milano, ne fu proprietario nientedimeno che Fred Buscaglione ai tempi della mala milanese. Ci sono molto legato, non tanto per il jazz quanto per l’atmosfera fumosa e sotterranea, d’altri tempi. È un pezzo di storia, solo chi ha confidenza con una certa malinconia milanese potrà capire la portata di questa perdita.

kublai - foto di Simone Pezzolati
kublai – foto di Simone Pezzolati

Dove è nato il tuo primo disco omonimo Kublai?
Per restare sulla geografia, Kublai è nato in zona piazzale Lotto, nel bilocale dove ho vissuto per sei anni. Lì veniva a trovarmi regolarmente Filippo Slaviero, e insieme l’abbiamo composto; è nato in casa, ma racconta il dialogo tra due amici che escono insieme, una sera qualunque. Solo uno dei due, però, farà ritorno. Si tratta di un disco metropolitano in tutto e per tutto, gli oceani e i nevai che appaiono qua e là sono chiaramente frutto dell’immaginazione dei due protagonisti, la loro evasione, la fuga dall’isolamento.

C’è anche qualche zona più di periferia che ha un fascino particolare?
Direi che la periferia, dove anch’io sono cresciuto, è sempre affascinante, anche se non sempre questo fascino corrisponde a una vitalità culturale. Direi che esiste un fascino pigro, estetizzante della decadenza architettonica o socio-economica di certe periferie; ma esiste anche un fascino più virtuoso, emanato da zone con più fermento, dove si avvertono delle opportunità nonostante il decentramento. A Milano, poi, la periferia non è solo un fatto di lontananza dal centro: ci sono quartieri benestanti culturalmente periferici, come ci sono periferie “centrali” e brulicanti. Banalizzando un po’ la questione potremmo dire che dove la periferia non è “provincia” la cosa, di solito, funziona. Ma è senz’altro più complicato di così.

Come e in che luoghi di Milano ti immagini i tuoi concerti?
Penso che questo periodo appena trascorso sarà ricordato come una sorta di palingenesi, di anno zero. La pandemia ha livellato e stravolto la mappa dei luoghi di riferimento per la musica dal vivo; molti posti hanno chiuso, molta gente ha cambiato mestiere. Non so cosa accadrà, ma nelle mie fantasie più spinte non vincolerei il concerto solo ai live club o ai palazzetti. L’unica cosa che serve davvero per tenere un concerto è l’aria, e quella c’è anche nelle biblioteche, nei piccoli teatri, nei cinema… Ecco, m’immagino a suonare nei cinema, prima o poi lo faccio di sicuro.

kublai - foto di Simone Pezzolati
kublai – foto di Simone Pezzolati

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