C’era il re di Spagna. In tribuna reale, compostamente, a sostenere il suo connazionale Carlos Alcaraz. C’erano i reali inglesi, il pubblico britannico, tanti applausi per il giovane spagnolo. E poi c’era lui, Jannik Sinner. Silenzioso, determinato, elegante nei gesti e nel gioco. Primo italiano nella storia a vincere il torneo di Wimbledon.
Eppure, mancava qualcosa. O meglio, mancava qualcuno.
L’Italia istituzionale, quella dei rappresentanti dello Stato, dei ministri dello sport e della cultura, dei presidenti di federazione, era assente. Completamente.
Non un volto in tribuna, non una presenza ufficiale accanto a lui, a condividere il momento in cui si scrive la storia. Curioso, perché se avesse vinto una squadra in Champions qualche volti noti sui palchi li avremmo visti subito. Ma uno sportivo serio, riservato, che non urla e non esulta sguaiatamente, può evidentemente anche cavarsela da solo. E così è stato.
Per fortuna non era solo: c’era la sua famiglia. Gli occhi emozionati della mamma, il calore silenzioso di chi conosce il sacrificio e la fatica. L’Italia migliore era lì, rappresentata dai suoi affetti. Non da chi avrebbe dovuto esserci per dovere, oltre che per orgoglio.
È questa l’Italia che ci manca. Non quella che si fa vedere quando le luci sono già accese e il successo è già confezionato. Ma quella che accompagna, sostiene, riconosce, prima ancora di celebrare. Quella che si siede in tribuna accanto a un ragazzo che sta per cambiare la storia.
Jannik Sinner non ha urlato, non ha provocato, non ha alzato il pugno verso il cielo per sfidare il mondo. Ha vinto con dignità, con la calma di chi sa che il rumore non è sinonimo di valore. E questa compostezza, oggi più che mai, è una virtù rara. Non una colpa.
Ci penseranno i tifosi, i bambini che vorranno una racchetta, le famiglie che si sono commosse davanti allo schermo, a dirgli grazie. Ma resta l’amaro. Perché quando si scrive una pagina di storia, non è solo chi la vive che deve esserci. Ma anche chi quella storia dovrebbe rappresentarla.
E adesso?
Ora che tutto il mondo guarda, ora che il trionfo è compiuto, statene certi: vedremo fioccare inviti ufficiali, conferenze stampa, selfie istituzionali. Tutti vorranno una foto col campione. Tutti pronti a salire sul carro che ieri hanno lasciato passare.
Ieri ha vinto l’Italia. Eppure, l’Italia ufficiale ha perso un’occasione grande.

