HomeEditorialeQuando il budino era una festa: il valore delle piccole cose

Quando il budino era una festa: il valore delle piccole cose

Oggi ho sentito una persona pronunciare due parole semplicissime: “budino al cioccolato”. Due parole che, non so bene per quale strada, mi hanno riportato immediatamente nella cucina di casa, quando ero ragazzino e mio papà preparava il budino.

Non succedeva spesso, più o meno una volta al mese. E forse è anche per questo che, quando arrivava quel momento, per me e mio fratello diventava una piccola festa.

Non era una cosa che si prendeva dal frigorifero, si apriva e si mangiava nel tempo necessario a cercare qualcosa da guardare in televisione. Il budino si preparava: c’erano il latte, il cacao, mio papà ai fornelli e noi due lì vicino, a osservare ogni passaggio con l’attenzione che oggi riserveremmo probabilmente alla finale di un mondiale.

Poi arrivavano le formine, quelle di una volta, e il frigorifero. E con il frigorifero arrivava anche la parte più difficile: aspettare.

Perché il budino doveva raffreddarsi, prendere consistenza, diventare finalmente quel piccolo capolavoro che, una volta rovesciato nel piatto, manteneva la sua forma perfetta. O almeno, questa è l’immagine che conservo io. Magari qualche volta si sarà anche afflosciato, ma certi ricordi hanno il buon gusto di lasciar perdere i dettagli meno riusciti.

E poi c’erano le occasioni davvero speciali, tre o quattro volte all’anno, quando insieme al budino arrivavano anche gli amaretti. Ecco, lì si passava direttamente alla festa grande. Altro che dessert gourmet: per noi quel budino al cioccolato con gli amaretti aveva tutto quello che serviva per rendere speciale una serata.

Oggi, se apro il frigorifero o la dispensa, qualcosa di dolce lo trovo quasi sempre. Una brioscina, un biscotto, un dolce comprato al supermercato, magari una fetta di torta. Dopo cena, più o meno, c’è sempre qualcosa che mi aspetta. E se non c’è, basta uscire di casa e andare a comprarlo.

Quando ero bambino non era così. Il dolce non faceva parte delle cose presenti tutti i giorni, non era una conclusione scontata della cena. Arrivava una o due volte al mese e, proprio perché arrivava di rado, lo aspettavamo. Ci accorgevamo che c’era.

Non voglio dire che si stesse meglio allora, né fare l’elogio di un tempo in cui avere meno fosse necessariamente più bello. Avere la possibilità di concedersi qualcosa senza dover aspettare un’occasione è una fortuna. Il punto è che, quando una fortuna ci accompagna tutti i giorni, rischiamo di non riconoscerla più.

Ci abituiamo in fretta alle cose che abbiamo. Le mettiamo nel frigorifero, nella dispensa, nella nostra vita, e dopo un po’ cominciano a sembrarci normali. A volte ce ne ricordiamo solo quando mancano, o quando una parola detta da qualcuno ci riporta indietro e ci fa rivedere quanto fosse preziosa una cosa così semplice.

E mentre ripensavo al budino di mio papà, ho pensato anche che per molte persone un dolce a fine cena non è affatto scontato. E non lo sono nemmeno cose molto più necessarie. Ci sono famiglie che ancora oggi devono fare attenzione a ogni spesa e per le quali un piccolo extra resta qualcosa da aspettare, quando è possibile permetterselo.

Forse dovremmo ricordarcelo più spesso, senza sentirci in colpa per quello che abbiamo, ma anche senza pensare che sia così per tutti. E magari imparare a guardare con un po’ più di gratitudine ciò che troviamo ogni giorno sulla nostra tavola.

Io, intanto, oggi ripenso a quella cucina, a mio fratello accanto a me e a mio papà che prepara il budino. Noi lì a guardarlo, poi l’attesa davanti al frigorifero e, finalmente, quella bella forma al cioccolato sul piatto.

Se poi c’erano anche gli amaretti, beh, quello era un giorno da ricordare. E infatti me lo ricordo ancora.

Danilo Dagradi
Danilo Dagradihttps://www.danilodagradi.it
Danilo racconta Milano da oltre dieci anni attraverso articoli, podcast e video che ne svelano l’anima più autentica.
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