C’è stato un tempo – nemmeno troppo lontano – in cui il mondo sembrava procedere con un certo equilibrio, almeno dal punto di vista comunicativo. I temporali erano solo temporali, le crisi economiche avevano nomi tecnici, e la politica, pur tra mille difetti, sembrava parlare con un vocabolario riconoscibile, fatto di promesse, critiche, idee.
Poi è arrivato il Covid-19. E con lui qualcosa si è spezzato.
Non solo nelle nostre vite, nelle abitudini, nella percezione della fragilità, ma anche – e forse soprattutto – nel modo in cui ci viene raccontato il mondo. Da quel momento, si è aperta una nuova era della comunicazione: quella dell’allarme permanente.
Il trauma collettivo della pandemia
La pandemia ha rappresentato una frattura narrativa. È stato necessario informare in modo diretto, spesso crudo. I telegiornali aprivano con il bollettino giornaliero dei morti, i social si riempivano di grafici, curve, decreti. Per mesi, ogni messaggio pubblico ha avuto un tono emergenziale. Nessuno nega che in quel contesto fosse necessario.
Ma il problema è che, finita (o quantomeno contenuta) l’emergenza, quel tono è rimasto. Non si è mai più tornati davvero a una comunicazione normale. È come se la paura fosse diventata il nuovo standard.
Il meteo che fa paura
Un esempio emblematico è il modo in cui oggi ci vengono raccontate le previsioni del tempo.
Un tempo – e non parliamo del secolo scorso – bastava dire: “Domani temporali sparsi al Nord”. Oggi? “In arrivo una bomba d’acqua”, “Allerta rossa: il ciclone colpirà l’Italia”, “Temporali violenti con rischio di grandine killer”.
Il linguaggio meteorologico ha assunto i tratti del sensazionalismo: le perturbazioni non “arrivano”, ma “si abbattono”, la pioggia non “cade”, ma “devasta”, il caldo non è semplicemente afoso, ma “infernale”. Si parla di Lucifero, Cerbero, Caronte per indicare anticicloni estivi, come se fossimo dentro una Divina Commedia climatica.
Non è solo folklore: è strategia. Per attirare click, visualizzazioni, condivisioni. Il problema è che così si genera ansia. E un giorno la gente smetterà di ascoltare, proprio come succede quando suona troppo spesso un allarme che non corrisponde a un pericolo reale.
La politica dell’urgenza
Anche la politica ha assorbito questa deriva comunicativa.
Non si governa più, si combatte. Non si presentano proposte, si dichiara guerra: alla povertà, all’evasione, all’immigrazione, all’Europa, al virus, alla burocrazia, alla criminalità. Ogni giorno diventa una battaglia. Ogni riforma è “epocale”, ogni voto “decisivo per il futuro del Paese”, ogni manifestazione “una minaccia alla democrazia”.
Non c’è più spazio per la mediazione, il dubbio, la complessità. Tutto si gioca in bianco e nero, con toni da telecronaca calcistica o da film catastrofico. E se tutto è emergenza, allora niente è veramente urgente. Il rischio è l’assuefazione, l’indifferenza.
L’economia delle catastrofi annunciate
Nemmeno l’informazione economica è uscita indenne da questa mutazione.
Ogni settimana ci viene detto che “siamo sull’orlo del baratro”, che “l’inflazione galoppa”, che “l’Europa rischia la recessione”, che “i mercati tremano”. Anche qui, il linguaggio si è fatto muscolare, quasi apocalittico. La parola “crisi” è diventata una compagna di viaggio fissa.
Eppure, i numeri andrebbero spesso letti con più misura. L’inflazione può salire o scendere, il PIL può rallentare, le borse possono oscillare. Non è sempre la fine del mondo. Ma lo storytelling preferisce il colpo di scena al grafico lineare. E così, anche l’economia diventa fonte d’ansia quotidiana.
Quando anche il linguaggio comune cambia
Questo stile comunicativo ha finito per infiltrarsi anche nel lessico quotidiano.
Parole come devastante, catastrofico, epocale, apocalisse, shock, ondata, scontro frontale si usano ovunque: dai notiziari alle chat di WhatsApp. Una persona stanca diventa “a pezzi”, un evento inatteso è “uno tsunami”, un problema sul lavoro è “una tragedia”. Tutto è troppo, subito, esagerato. E così si perde la capacità di riconoscere la vera gravità delle cose.
E se provassimo a disinnescare?
Forse è il momento di fermarsi. Di ripensare la comunicazione pubblica e privata. Di restituire alle parole il loro peso giusto, senza sminuire ma nemmeno drammatizzare ogni cosa.
Un temporale è un temporale. Un problema economico è un problema economico. Una crisi sanitaria globale (quella sì) è stata una crisi sanitaria globale. Ma se continuiamo a usare lo stesso tono per tutto, allora non sapremo più distinguere tra ciò che è importante e ciò che è solo urgente. E la paura, anziché proteggerci, finirà per stancarci. O peggio: per renderci cinici.
Non è nostalgia del passato. È desiderio di un futuro dove l’informazione torni a essere strumento di conoscenza, non di tensione. Dove la politica possa ancora spiegare, non solo mobilitare. Dove il meteo sia meteo, e non un trailer di Roland Emmerich.
In un’epoca che ci ha tolto molte certezze, forse la prima da riconquistare è quella sul potere delle parole.


