Francesco Filelfo (1398–1481) fu uno dei protagonisti più affascinanti e controversi dell’Umanesimo italiano. Nato a Tolentino, crebbe in un’epoca in cui il sapere classico tornava al centro dell’attenzione culturale europea. E lui, fin da giovane, ne fu travolto.
Dopo gli studi a Padova sotto Gasparino Barzizza, si affermò come grande conoscitore del latino e dei classici come Cicerone e Virgilio. Ma il suo destino cambiò nel 1419, quando partì per Costantinopoli come segretario del rappresentante veneziano. Lì imparò il greco direttamente sul campo, come pochi altri in Occidente, e si immerse nella cultura bizantina. Sposò Teodora Crisolora, imparentata con uno dei primi grandi maestri del greco in Italia, e tornò in patria con un sapere raro e prezioso.
Filelfo non fu solo un erudito: fu anche un personaggio dal carattere dirompente. Insegnò a Venezia, Firenze, Siena, Milano e Roma, animando la scena culturale con lezioni, traduzioni e polemiche infuocate. A Firenze commentava Dante in Santa Maria del Fiore davanti alla folla, mentre traduceva Omero e Aristotele, ma le sue posizioni politiche lo portarono presto in rotta con i Medici. Celebre fu il suo scontro con Cosimo de’ Medici, culminato in satire feroci, attentati e reciproche vendette. Firenze lo bandì, minacciandogli persino il taglio della lingua.
Trovò allora rifugio e successo a Milano, alla corte dei Visconti prima e degli Sforza poi, che esaltò con poemi celebrativi e panegirici. Non smise mai di scrivere, tradurre e polemizzare. Visse tra lussi, viaggi e passioni, sposandosi tre volte e diventando padre di ben ventiquattro figli. Nonostante le sue ambizioni economiche e il gusto per gli onori, mantenne un legame affettuoso con le sue mogli e trasfuse nei suoi scritti anche lati più intimi e umani.
Francesco Filelfo: il genio inquieto dell’Umanesimo
Fu vicino a grandi figure del tempo come Ciriaco d’Ancona, partecipò ai giochi di potere nelle corti italiane, e quando Costantinopoli cadde in mano ai Turchi, riuscì persino a salvare sua suocera scrivendo direttamente al sultano Maometto II.
Negli ultimi anni, ormai anziano, Francesco Filelfo cercò la riconciliazione con Firenze. In seguito alla congiura dei Pazzi scrisse a Lorenzo il Magnifico per denunciare i cospiratori, ottenendo così l’invito a tornare. Ma il destino non gli diede tempo: morì poco dopo il suo arrivo, nel 1481, e fu sepolto nella basilica della Santissima Annunziata.
Il suo testamento lasciava in eredità una preziosa biblioteca di testi latini e greci, oggi purtroppo dispersa. Ma l’eredità culturale di Francesco Filelfo, spirito brillante, combattivo e instancabile, resta viva come esempio di un Umanesimo vissuto con passione, nel cuore delle più grandi città del Rinascimento.


