Lo dico subito, per chiarezza: questo è un pensiero personale. Non pretende di essere condiviso, né di rappresentare un sentimento collettivo. È semplicemente la mia percezione, filtrata dalla quotidianità, dalle conversazioni, dai luoghi che attraverso ogni giorno.
E la mia percezione è questa: l’atmosfera olimpica, oggi, io non la sento.
Parliamo delle Olimpiadi Invernali di Milano Cortina 2026, certo. Un evento enorme, storico, con un potenziale straordinario. Ma se mi fermo ad ascoltare ciò che mi circonda — i dialoghi con amici e colleghi, le email che ricevo, il semplice camminare per la città — faccio fatica a respirare quell’aria di attesa che, in altre occasioni, era quasi impossibile ignorare.
Non è una questione di negare che qualcosa stia accadendo. Qualcosa c’è, eccome. Cantieri, comunicazioni istituzionali, annunci. Ma tutto sembra restare su un piano distante, quasi amministrativo. Poco emotivo. Poco condiviso.
Forse conta anche il punto di osservazione. Vivo a San Siro e, al netto dell’inaugurazione e di qualche momento simbolico, non ho la sensazione che da queste parti le Olimpiadi stiano davvero entrando nel racconto quotidiano della città. Non nei bar, non nelle chiacchiere, non nell’immaginario diffuso.
Ed è qui che il confronto con Expo diventa inevitabile. Undici anni fa era tutta un’altra storia. Milano viveva Expo prima ancora che iniziasse. Non si parlava d’altro. L’attesa era palpabile, trasversale, quasi contagiosa. C’era curiosità, aspettativa, persino impazienza. Expo era ovunque: nei discorsi, nelle mail, nelle vetrine, nelle idee.
Oggi no. Oggi l’Olimpiade sembra esserci più nei documenti che nelle emozioni. Più nei comunicati che nei racconti personali. E questo, per un evento che dovrebbe accendere immaginari e futuro, è almeno una riflessione da fare.
Ripeto: è una sensazione soggettiva, magari parziale. Magari sbagliata. Ma proprio per questo credo valga la pena dirla ad alta voce. Perché le grandi manifestazioni non vivono solo di opere e scadenze. Vivono soprattutto di partecipazione, di racconto condiviso, di attesa collettiva.
E se quell’attesa non si sente, forse non è ancora tardi per chiedersi perché.

