Non riesco ad abituarmi a sentirli chiamare “collaboratori scolastici”. Con tutto il rispetto per chi ha scelto questo nuovo nome, continuo a preferire – senza alcuna nostalgia ingenua – il caro vecchio bidello. E soprattutto la bidella, che nella mia esperienza scolastica aveva un ruolo ben più centrale e autorevole di quanto oggi si voglia far credere.
Mi dicono che “bidello” sia diventato un termine svilente, che suoni poco dignitoso. Che è meglio usare una definizione più moderna, più ampia, più neutra. Ma a me sembra che in questa corsa all’eufemismo si stia perdendo qualcosa di importante: la memoria di una figura che era molto più di un semplice addetto alla pulizia.
La bidella era la scuola. Era la prima che trovavi la mattina all’ingresso e l’ultima che vedevi quando uscivi. Aveva le chiavi (metaforiche e reali) di ogni porta. Si temeva più lei della preside. Era a lei che chiedevi il permesso per andare in bagno, era lei che ti medicava con l’alcol (e con un rimprovero incluso nel prezzo), era lei che gestiva le classi in attesa dell’insegnante. Era severa, pratica, umana. Era un’autorità, ma anche una presenza costante e rassicurante.
Per questo non riesco a vedere nel termine “bidello” una mancanza di rispetto. Anzi, mi pare il contrario. È una parola piena di storia e dignità, che affonda le sue radici nel latino “bidellus”, dal franco bidal, ovvero “messaggero”. Una figura di passaggio e di contatto, di vigilanza e di servizio. In tedesco “Büttel” voleva dire sergente, mentre in inglese “beadle” era il messo ufficiale. Non proprio definizioni da poco.
E allora mi chiedo: davvero abbiamo bisogno di ridefinire tutto per sentirci più moderni? O forse rischiamo di cancellare l’identità di chi, con il proprio lavoro, ha lasciato un’impronta profonda nella vita quotidiana di generazioni di studenti?
Questo pensiero è tutto per lei, la signora Beretta, la bidella della mia scuola media. Con la voce roca, il grembiule blu e l’occhio lungo, sapeva tutto di tutti, eppure ti proteggeva come solo chi conosce bene il mondo sa fare.
Quindi no, grazie. A me il termine “bidello” piace ancora. E mi pare il minimo continuare a usarlo con rispetto. Perché la dignità non sta nelle parole che scegliamo, ma nel modo in cui ricordiamo chi le ha incarnate con orgoglio.


