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sabato 17 Aprile

Le 5 giornate di Milano: ecco come andarono le cose

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Danilo Dagradi
Danilo Dagradi
Abbandonata agli inizi degli anni 2000 una carriera tra numeri e percentuali, riscopro la passione per Milano e la sua storia ma senza pensare che potesse diventare un lavoro. Con la nascita dei primi social network, avvio un'attività incentrata sulla gestione della comunicazione attraverso anche questi strumenti. Attività che svolgo tutt'ora come Social Media Strategist per aziende e professionisti. Con l'avvio del progetto Milano da Vedere prima e Se Parla Milanes in un secondo momento, divido le mie giornate tra la storia di Milano ed i numeri dei social network...

Le 5 giornate di Milano. Per raccontare come andarono le cose dobbiamo tornare indietro nel tempo: non ti tanto in realtà, ma quanto basta per trovarci in una città davvero diversa.

1848: Milano è la capitale del Regno Lombardo Veneto: a dirla così sembra una gran cosa, ma in realtà tutto è in mano all’impero austriaco.

I milanesi, ieri come oggi, erano poco contenti della situazione e già da un paio di anni la tensione cresceva ogni giorno: bastava poco per far scaldare gli animi, da una parte così come dall’altra.

Basti pensare che nel settembre 1847 con l’ingresso a Milano del nuovo arcivescovo Carlo Borromeo Romilli, i festeggiamenti dei milanesi provocarono una carica della polizia in piazza Fontana con il risultato di un morto e diversi feriti. Manca ancora qualche mese a le 5 giornate di Milano, ma ci si sta preparando…

Farà sorridere molti di voi, soprattutto ricordando quante volte avrete letto post che invitano alla protesta, non comprando più tal marca o prodotto; ebbene nel gennaio del 1848 i milanesi decisero di smettere di fumare per colpire l’erario austriaco. La risposta non si fece attendere: i soldati austriaci ebbero il compito di girare per Milano fumando sigari e forzando i passanti a fumare. Ad ogni modo anche in questo caso ci furono morti e feriti. Chi iniziò i tafferugli è ancora in fase di verifica…

Anche altrove, lungo al penisola, qualcosa stava succedendo: con la decisione del re Ferdinando II di concedere la Costituzione e, spostandoci,  la promulgazione dello Statuto Albertino, non fecero altro che far salire ancora di più la tensione a Milano.

Ci siamo quasi, le 5 giornate di Milano stanno per iniziare. Arriviamo a venerdì 17: in città si viene a sapere delle dimissioni di Metternich a causa dell’insurrezione popolare a Vienna; il popolo decide di cogliere la palla al balzo ed organizzare per il giorno seguente una manifestazione davanti al palazzo del governatore, proprio in quella meravigliosa, ancora oggi, piazza Mercanti.

Le 5 giornate di Milano

18 marzo: quella che doveva essere una manifestazione pacifica diventa un vero e proprio assalto; la firma di una serie di concessioni al popolo non bastò ad impedire i combattimenti in città.

Radetzky non si aspettava una cosa del genere e si rinchiuse con  suoi uomini nel Castello Sforzesco, ordinando di riprendere il palazzo del governatore e soprattutto di arrestare i capi della rivolta (che ne frattempo si erano spostati in zona Monte Napoleone).

Il 19 marzo si contano in città quasi 1700 barricate: i milanesi difendono le strade anche dalle finestre di casa, dai tetti o da qualsiasi angolo possibile. Ovviamente non erano armati come i soldati austriaci: quei pochi fucili disponibili erano stati “presi a prestito” dai musei e dati ai più bravi tiratori. Ci si arrangiava come si poteva: si arrivò a seminare ferri e vetri lungo le strade per intralciare la cavalleria.

Siamo al terzo giorno de le 5 giornate di Milano: il 20 marzo Radetzky ordinò a tutte le truppe di chiudersi dentro il castello mantenendo il controllo della cinta muraria: questa mossa diede tempo e modo a Luigi Torelli e Scipione Bagaggia di salire fin sulla Madonnina per issare il tricolore italiano. A questo si aggiunga che a Palazzo Taverna si fondò il consiglio di guerra che prese il comando delle operazioni e la notte tra il 21 ed il 22 marzo nacque il Governo Provvisiorio presieduto da Gabrio Casati.

Si organizzò una resistenza fatta di idee, soluzioni per inviare messaggi fuori dalle mura: gli astronomi furono impegnati ad osservare il nemico dalle torre e i Martinitt erano le staffette.

Si arrivò ad uno stallo: gli austriaci chiusi nel castello ed i milanesi per le strade, ma questi ultimi erano sempre più a corto di rifornimenti. Radetzky inviò un’offerta di tregua ed i milanesi si divisero: i nobili erano per accettarla, visto che nel frattempo erano riuscito a “dialogare” con i piemontesi,  mentre i democratici erano contrari.

La spuntarono questi ultimi: nessuna tregua e si tornò a combattere: Pasquale Sottocorno incendiò la porta del palazzo del Genio (via Monte di Pietà) dando modo quindi ai milanesi di prendere possesso del palazzo, anche se questo costò la vita a Augusto Anfossi, uno dei capi della rivolta.

Arriviamo al 22 marzo: i milanesi controllano tutte le strade, gli austriaci il Castello e le mura spagnole. Le campagne intorno alla città erano controllate dai milanesi che impedivano quindi di far arrivare qualsiasi cosa all’esercito austriaco.

Radetzki decide di lasciare la città ma mantenendo le posizioni; gli scontri non solo proseguirono ma si intensificarono: prima in Porta Comasina poi in Porta Ticinese i milanesi  tentarono di rompere le posizioni austriache ma senza successo. Poi ecco la famosa Porta Tosa: qui i milanesi riuscirono nell’intento (ecco perchè oggi la chiamiamo porta Vittoria)

La sera del 22 i milanesi entrarono nella scuola militare Teulliè che divenne la scuola di Artiglieria e Genio. I combattimenti erano finiti. Le 5 giornate di Milano sono terminate… forse!

Il giorno dopo….

Le truppe piemontesi nel frattempo,  passato il Ticino si avvicinano a Milano, ma con estrema calma, dando modo all’esercito austriaco di ritirarsi senza perdite. In seguito l’esercito piemontese occupò la fortezza di Peschiera del Garda, ma l’azione sabauda fu lenta e mal organizzata. Questo diede modo all’esercito austriaco di ricevere rinforzi e sconfiggerli prima a Vicenza (10 giugno) e poi in una serie di scontri ricordati come la prima battaglia di Custoza.

il 10 giugno Carlo Alberto riceve l’esito del plebiscito che voleva l’unione della Lombardia al Regno di Sardegna. Ma la situazione era compromessa per i sabaudi che si ritirarono verso l’Adda e quindi Milano. Al loro arrivo in città non trovarono nessuno a festeggiare, anzi. E se Carlo Alberto aveva sempre detto che non avrebbe abbandonato Milano il 4 agosto decide di terminare la guerra. I milanesi la presero malissimo e si radunarono sotto la sua residenza.

La sera stessa Carlo Alberto fu portato fuori Milano ed il giorno seguente venne firmata la capitolazione.

E siamo quindi al 6 agosto: gli austriaci rientrano a Milano, i capi della rivolta sono fuggiti. Tutto torna come prima. O quasi. 

Questo infatti è solo l’inizio.

le 5 giornate di milano
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