Non voglio parlare di cambiamento climatico. Non qui. Non perché non sia importante, ma perché vorrei lasciare da parte per un momento i grafici, le statistiche e le analisi globali, per concentrarmi su qualcosa di molto più semplice: come ci si sente, fisicamente e mentalmente, quando l’estate arriva a Milano.
Ecco, arriva è già una parola sbagliata. L’estate non arriva più: irrompe.
Negli ultimi anni, almeno per me, la transizione tra primavera e estate non esiste più. Un giorno ti godi una brezza mite, magari con una felpa leggera addosso. Il giorno dopo esci di casa e ti sembra di entrare in un phon. Un cambiamento repentino, quasi violento, senza possibilità di abituarsi, senza una curva graduale che ti dia il tempo di regolare il corpo, il sonno, l’umore.
Milano, poi, sembra diventare una scatola chiusa. Asfalto rovente, marciapiedi che ribollono, tram che diventano forni ambulanti. Ci sono ore della giornata – quelle centrali, certo, ma anche le prime serate – in cui semplicemente non ce la fai. Il solo pensiero di uscire è un deterrente. Camminare sotto il sole, fermarsi in una piazza, anche solo aspettare il verde al semaforo… diventa tutto troppo.
Mi chiedo: sarà colpa dell’età?
È una domanda che mi faccio spesso. A vent’anni, ricordo estati afose, ma non mi pesavano così tanto. Andavo in giro, restavo in strada fino a tardi, dormivo lo stesso anche con 30 gradi in camera. Oggi, a un’età più che doppia, mi sembra che ogni grado in più sia una sfida. La mia pelle reagisce diversamente, il mio umore pure.
Non voglio fare il nostalgico. Né il catastrofista. Ma la verità è che la percezione del caldo a Milano è cambiata, e non solo per me. Ne parlo con amici, colleghi, perfino sconosciuti in coda al supermercato. Tutti dicono la stessa cosa: non si respira più. Non è solo una questione climatica. È fisica, è psicologica, è urbana.
Milano non è una città pensata per il caldo estremo. O, perlomeno, non ancora. I luoghi d’ombra sono pochi. Le zone verdi non bastano. L’asfalto è ovunque. L’umidità fa il resto.
E così, ci si chiude in casa, si vive col ventilatore o l’aria condizionata accesa a oltranza, si cambia routine: sveglia presto, fuori solo la mattina presto o dopo cena, e nel mezzo… resistenza.
Resistenza, sì. Perché in fondo non c’è altro da fare. Non si può emigrare per tre mesi all’anno. E allora si sopporta, si sbuffa, si suda e si conta il tempo che manca a settembre.
Intanto, però, ci si domanda: era sempre stato così? O siamo cambiati noi?
Probabilmente entrambe le cose. E forse, accettarlo, è già un piccolo sollievo.

