milano-guerra
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Milano, giugno 2017. La città è nel pieno dell’alta stagione, ci sono turisti in aumento, i Navigli prendono il posto di Corso Vittorio Emanuele per la passeggiata serale, San Siro accende la musica, nel cortile del Castello Sforzesco prendono il via piccoli eventi: i milanesi ed i turisti vivono la città nel pieno del suo splendore. Milano non si ferma mai, continua a cambiare e a crescere (soprattutto in altezza, grazie ai vari alberi di trenta piani che la popolano…).
C’è un’estate, lontana nel tempo (ma neanche poi tanto) in cui Milano veniva così descritta in un articolo de La Stampa. era il 14 agosto 1943. La città piangeva , bruciava e sembrava vivere ferite inguaribili. Un momento di riflessione, una pausa dalle lamentele. Proviamo per attimo a leggere quel che è stato e a guardare in maniera oggettiva quel che è e quel che offre questa città  con lo sguardo sempre avanti ma che porta nel suo cuore e nella sua ricostruzione i segni di quel che è stato. I bombardamenti di quei giorni generarono 250.000 senza tetto, 300.000 sfollati e più di 1.000 morti.
«Milano ha subito un nuovo violento bombardamento. Si può dire che nessun rione, nessuna zona, nessuna strada centrale o periferica di Milano sia stata esente dal suo doloroso e sanguinoso contributo. Il centro ha avuto deturpazioni che rimarranno a testimonianza dello scarso spirito di civiltà dei nostri nemici. La periferia e i sobborghi, dal canto loro, hanno sofferto mutilazioni tali da meritare agli anglosassoni l’appellativo di gente inumana. In primo luogo il duomo, con le sue guglie, i suoi ricami architettonici e la sua madonnina, cuore e anima dei milanesi, ha avuto le ricche istoriate vetrate completamente distrutte, e diroccati sono stati anche taluni capitelli di gran pregio. Il Palazzo reale è stato pure impennacchiato da alcune fumate che hanno bruciacchiato il tetto della chiesa di San Gottardo annessa al palazzo. La galleria Vittorio Emanuele è stata sfregiata e sbrecciata, tanto sul lato Ugo Foscolo che sull’ottagono verso via Silvio Pellico. La Scala, gloria dell’arte lirica non soltanto italiana, ma del mondo, ha avuto il palcoscenico minacciato dagli spezzoni. Ma la mutilazione più grave e che più disonora i nostri nemici, i quali vanno cercando gli obiettivi militari nelle opere d’arte di alto classicismo e alta cultura, negli ospedali, nei ricoveri e nelle case di abitazione dell’industre lavoratore ambrosiano, è la semidistruzione di Palazzo Marino. Attaccato da bombe incendiarle, di questo monumento del Rinascimento non rimangono che le mura perimetrali e il tetto; i soffitti istoriati, le paratie, i tramezzi, i ricchi pavimenti, gli ornamenti e quanto vi è di più bello, sono andati distrutti. Sembrava che il vandalismo avesse risparmiato il salone dell’Alessi, che si trova al pianterreno dell’edificio e che era difeso da un’intelaiatura a camera d’aria che lo avrebbe preservato, come in questo caso, dal pericolo di un eventuale surriscaldamento. Invece anche questo magnifico salone, che legava il nome ad un grande italiano, è scomparso. Toccato è stato anche il Palazzo arcivescovile la cui facciata ha subito danneggiamenti di una certa importanza. L’ex tribunale ha ricevuto un colpo tremendo, ma più ancora sono rimasti lesionati e danneggiati i due corpi di vecchi stabili che fanno da ponte a piazza Fontana con piazza Beccaria».