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La nostra città arriva alle soglie del nuovo millennio circondata da paludi e acquitrini, in balia delle inondazioni; insomma, dell’ingegneria romana restano solo le tracce. Dobbiamo alle abbazie di Morimondo e Chiaravalle ed, in qualche modo, al Barbarossa la rinascita della Milano d’acqua. Il primo problema affrontato è quello delle inondazioni e la soluzione dei monaci è semplicissima: fuori città ci sono terreni incolti a volontà, alcuni di questi vengono preparati ed usati per essere allagati dalle acque in eccesso. Nascono le marcite. Il secondo problema è quello della sicurezza e si inizia con canale scavato a sud ovest, a scopo difensivo, nel 1152. I pavesi sono alleati dell’imperatore tedesco, meglio tenerli a bada. Barbarossa fa paura e quattro anni più tardi viene scavato il nuovo fossato cittadino, più ampio di quello romano. La terra di scavo viene usata per creare un terrapieno lungo il lato interno del nuovo canale (Curiosità: terrapieno o terraggio, da qui il nome delle vie che ne prenderanno il posto). Il tutto non servirà a granchè, le mura, è vero, non ci sono ancora, ma la traccia del fossato si, ed è l’embrione della cerchia dei navigli. Una volta sconfitto l’imperatore  nel 1176, l’anno successivo iniziano i lavori di ampliamento del canale difensivo del 1152: questo,  prolungato, raggiungerà Milano da Gaggiano e sarà navigabile a partire dal 1272. Nasce così il Naviglio Grande,   il primo canale navigabile artificiale in Europa che dal Ticino arriva in città nel laghetto di S. Eustorgio. Secondo alcuni storici, il naviglio grande, semplicemente trasforma in acqua l’antica via Merchatorum romana. Cambia la forma, ma non la funzione! Non ne vedrà l’inaugurazione il povero podestà Beno de Gozzadini, colui che da inizio ai lavori di scavo per aumentare la profondità del canale necessaria alla navigazione. Finirà nel canale dopo una rivolta, causa tasse. In realtà non le aumenta, ma nemmeno le toglie, ne tanto meno esenta il clero che purtroppo per lui, ha buon fiato da spendere sui tizzoni..

Camminare lungo la cerchia dei navigli è, per prima cosa, camminare lungo la traccia della paura vissuta dai nostri predecessori, costretti a scavarla per darsi nuova difesa.

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