andrea-jarach
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Andrea è una persona vulcanica e per iniziare a parlare di lui, useremo parole sue:  “ Amo questa città, l’unica dove mi sento a casa, amo ricercare e scoprire, da bambino volevo fare il giornalista e da grande ho fatto i giornali come editore, mi piace il mondo in cui viviamo ne vedo le meraviglie. Seguo la scienza e la tecnica e ricordo ancora come era il mondo pre digitale, si facevano le copie con la carta carbone e in un articolo di un magazine si descriveva il personal computer come qualcosa cui mancavano applicazioni pratiche nella vita di tutti i giorni. Per me internet è un miracolo e ringrazio di avere il privilegio di poter utilizzare questo mezzo e inventare nuovi modi di comunicare”.

Andrea è esattamente come si descrive: solare, aperto, ottimista. Un uomo che continua a guardare il mondo e i suoi cambiamenti con gli occhi curiosi di un bambino.
Milano da Vedere e Where Milan, di cui Andrea è editore, hanno iniziato una collaborazione per sviluppare alcuni progetti, spinti dall’amore comune che li lega alla città.
Buona lettura..

Sei nato a Milano?
Si nel 1956
Parli o comprendi il dialetto milanese?
Quel poco che parlava mio papà e mi diverto a impararlo e usarlo sempre di più
Il piatto più buono della cucina milanese?
Sarò banale ma il risotto giallo con la cotoletta, quella di vitello sottile.
Ci racconti tre luoghi della città che ti stanno a cuore?
Il Memoriale della Shoah della stazione Centrale, ho lavorato per tanti anni e da un progetto lo ho visto diventare una realtà prestigiosa per Milano che oggi viene visitata da decine di migliaia di persone ogni anno. Il parco Sempione, ci giocavo da bambino e una panchina ancora porta il segno di uno scontro con la mia fronte. Da qualche anno amo molto passeggiare per Brera e percorrendo Corso Garibaldi arrivare in corso Como.
Hai una chiesa preferita? Quali ricordi ti legano a questo luogo?
A parte la sinagoga di via Guastalla, progettata a fine 800 dal grande architetto Beltrame cui dobbiamo il Castello e tanti altri monumenti cittadini, cui sono legato perché è il centro della Comunita Ebraica, amo San Maurizio con i suoi dipinti favolosi e unici al mondo.
Ti piacerebbe che venissero riaperti i navigli? Perchè?
È il progetto che mi affascina di più e per il quale vorrei investire tempo e energie. Ho visto di recente che si tratta di un progetto fattibile. Sarei disponibile a organizzare una raccolta di fondi popolare e sponsorizzazioni per rendere questo sogno realtà.
Perché Milano manca di caratterizzazione e i Navigli riaperti darebbero a questa città meravigliosa la sua natura di città d’acqua che oggi ricordiamo solo per le esondazioni del Seveso o del Lambro!

Qual è per te il simbolo della milanesità?
Non ho dubbi nel dire che è l’abitudine all’accoglienza e all’integrazione. Qui a Milano tutti hanno la possibilità di farcela. E tanti c’è la fanno anche partendo da zero. Qui a Milano ci si aiuta, e c’è vera solidarietà. D’altronde la storia di Milano è fatta di ricchezza accumulata nei secoli e di fusione di popoli, tra invasori e dominatori, migrazioni e guerre si tratta di un vero meeting pot.

Dove porteresti un turista straniero?
Mi capita spesso di portare in giro amici che arrivano da vari paesi del mondo. E anche per lavoro oggi sono la guida dei turisti stranieri a Milano come editore del mensile Where Milan e presidente della Associazione Milano Loves You.
Ci tengo molto a far capire che siamo una città da pedoni: porto gli amici al Duomo e da lì a piedi attraverso Galleria, piazza Scala, via Manzoni, Brera, Garibaldi, Corso Como e naturalmente porta nuova. Devo confessare che la notizia della vendita al Qatar del complesso di Porta Nuova mi lascia l’amaro in bocca. Spero che saranno i milanesi a tirar fuori orgoglio e capitali necessari allo sviluppo.